Università per tutti

8 Gen

Lo riconosco: partire con la campagna di Liberi e Uguali e vedere piombare al centro del dibattito politico l’Università, nell’anno del cinquantenario del ’68, fa molto piacere! Poi chiaramente c’è da “ragionare” sul come e sul perché la promessa di abolire le tasse universitarie per tutti possa essere, in contesti diversi, una riforma profondamente socialista o una oltremodo elitista.

Con ordine. Per prima cosa condivido subito questo interessante articolo di ROARS sulla situazione universitaria attuale con un breve fact-checking sulle dichiarazioni di Grasso.

eurydice_fees_grantsQuello che mi risulta subito evidente è che il nostro paese, nel grafico dei Quattro Cantoni, sta in quello dove ci sono maggiori tasse e minori borse di studio, cioè nell’inferno. Va da sé quindi che la prima conclusione a cui arrivare è che una riforma del sistema universitario è necessaria e auspicabile!

L’idea potrebbe essere quella di spostarsi lungo l’asse delle borse di studio o lungo quella delle tasse universitarie, proposta arrivata appunto da Liberi e Uguali.

Perché allora viene ripetuto che l’azzeramento delle tasse universitarie sarebbe una manovra di destra in quanto premierebbe i ricchi? Beh, sicuramente in assenza di una riforma fiscale che riporti più progressività e più tasse ai grandi patrimoni e alle grande rendite, questo ragionamento ha un suo senso, mentre in un contesto di pagamento di tasse progressivo, equo e bilanciato (al netto della lotta all’evasione) non si capisce perché un “ricco”, che paga le tasse, non debba usufruire di un servizio gratuito?

Il punto sta nell’idea che non esistano più servizi essenziali, che quindi tutto possa (o debba) essere mercificato e che, di conseguenza, su ogni mercato si debba cercare di bilanciare la ricchezza con l’incapienza. Io credo che in uno Stato giusto l’uguaglianza si debba”creare” nella tassazione generale e si vada a ridistribuire soprattutto attraverso i servizi fondamentali, per loro stessa natura pubblici e gratuiti. Sanità, servizi idrici, scuola e università: questi potrebbero essere servizi su cui allungare la coperta del pubblico e del gratuito: non è un “paga Pantalone” generalizzato e non dobbiamo farlo credere a giro, siamo una comunità, una nazione, una Repubblica ed è giusto che ognuno contribuisca e usufruisca dei servizi pubblici!

Ripensare il paradigma dualistico pubblico-privato è la base di principio su cui si svolge tutta questa battaglia! Pensare di abolire le tasse universitarie (o su altri servizi fondamentali) senza ripensare la fiscalità, lo stare insieme e il concetto stesso di Stato come Stato sociale è chiaramente un qualcosa di destra, elitario e a misura di chi ha più risorse! Solo ribaltando tutto il sistema si può davvero vedere la misura delle tasse universitarie come qualcosa di socialista, nel suo senso più alto e bello.

C’è un altro aspetto su cui però l’attenzione dovrà mantenersi alta, anche dopo la campagna elettorale: il dato sull’abbandono degli studi. La proposta di Liberi e Uguali va nella direzione della massima apertura dei corsi universitari (altro rimando al ’68) e quindi ad un aumento degli iscritti, ma per passare dall’aumento della iscrizioni a quello dei laureati si dovrà lavorare moltissimo anche sui fattori che spingono i ragazzi a lasciare le Università! Costi, carovita, scarsi incentivi, scarsa attrattiva della laurea sono tutti falsi miti che dobbiamo cancellare per spingere chi si iscrive a finire gli studi con voglia, passione e volontà! Dovremmo anche riorganizzare meglio le lauree e le facoltà per evitare il sovraffollamento di corsi inutili e magari dare al dottorato di ricerca quel valore che, solo noi nel Mondo, gli neghiamo.

Insomma quello che per adesso è uno slogan da campagna elettorale, potrebbe rivelarsi quella bella battaglia di principio adatta a riportare al centro della scena politica il vero tema fondamentale: il dualismo tra pubblico e privato. Dove sta il confine tra le due sfere? Se riusciamo a uscire dal blocco mentale per cui tutto è, più o meno, privato o privatizzabile, allora riusciremo a vedere la proposta di Liberi e Uguali per quella che è: la battaglia del ’68 portata ai giorni nostri! Altrimenti è chiaro che la stessa proposta sembrerà solo l’ennesimo regalo a chi ha di più!

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Meno Cinquantasette

5 Gen

number57Mancano cinquantasette giorni alle elezioni politiche e il quadro politico si sta definendo: accanto al PD e alla sua “coalizione” correranno il Movimento 5 Stelle, il centrodestra capeggiato dal trio Berlusconi-Salvini-Meloni, la neonata formazione di sinistra Liberi e Uguali e l’ancora più radicale Potere al Popolo.

Voglio fare un discorso su un doppio piano: prima spiegare il perché queste elezioni saranno fondamentali e poi cercare di ragionare intorno all’offerta elettorale che è stata messa in campo, soprattutto a sinistra.

Queste politiche, nonostante non si sia ancora compreso, ci riportano al modo di votare tipico della Prima Repubblica, cioè a quella centralità dei partiti e del Parlamento che consentirà (o meglio obbligherà) le forze politiche a cercare accordi post-elettorali per poter formare un Governo. Non avremo più due schieramenti tra cui scegliere chi volere al Governo (tipo USA o Regno Unito), ma torneremo ad una situazione multipolare in cui probabilmente nessuno avrà i numeri per governare da solo e dovrà cercare di stringere alleanze con qualcun altro. Il problema sta nel fatto che, dopo vent’anni di martellamento, le nostre teste si sono convinte che gli accordi in Parlamento sono sinonimo di truffa o tradimento, così il dire oggi quali sono le condizioni per eventuali alleanze future fa scorrere sudore freddo sulla schiena degli elettori.

In queste elezioni, anzi soprattutto dopo, sarà fondamentale spiegare bene e riportare alle giuste dimensioni quello che succede nel luogo dove si dovrebbe esercitare realmente il potere popolare, cioè in Parlamento. Basta con leader carismatici che provano a diventare salvatori della patria o novelli padri costituenti, basta con uomini soli al comando che cercano un popolo da salvare, basta con la logica dell’antipolitica. Queste elezioni saranno l’occasione di fondare qualcosa di nuovo, una Terza Repubblica in cui la volontà degli elettori potrà tornare al centro della vita politica attraverso i partiti, i movimenti e, appunto, il Parlamento. Dovremmo ripensarci e puntare ad essere meno statunitensi e più europei, meno maggioritari e più proporzionali, meno legati alla logica della velocità e più attenti alle idee, meno smaniosi e più pazienti. Non sarà facile, ma per questo sarà veramente una sfida interessante.

Per quanto riguarda le forze in campo, escludendo a priori un mio sostegno a PD, M5S e destra varia (che sinceramente vedo come sfumature diverse di uno stesso oggetto), restano sul tavolo solo due soggetti “potabili”: Liberi e Uguali e Potere al Popolo.

Liberi e Uguali è il naturale proseguimento della mia esperienza in Possibile, anche se, purtroppo, solo dal punto di vista formale e nominale. Mi spiego: nel 2015 ho aderito al partito fondato da Pippo Civati con uno scopo preciso, quello di agire da collante e da catalizzatore di una unità della sinistra, logicamente con l’orizzonte temporale delle politiche. Non potevamo sapere cosa ci avrebbe riservato il futuro, eravamo all’apogeo del renzismo, ci aspettava un anno intenso e durissimo in difesa della Costituzione e non avevamo nessuna garanzia di vincere quella battaglia cruciale. Non avevamo certezze, se non la nostra tenace resistenza alla politica del PD. Abbiamo lavorato con molti compagni di altri partiti e di movimenti, comitati, associazioni per creare una fitta rete di relazioni che sono cresciute e hanno portato, ad esempio, alla nascita nel mio paese di una lista unitaria della sinistra. Tutto nato dall’esperienza del Comitato per il NO al Referendum!

Poi però qualcosa è cambiato. Non tanto l’arrivo degli ultimi transfughi del PD (MdP), che per me sono sempre stati benaccetti, quanto la loro scarsa propensione nel prendere decisioni nette e nel tagliare i ponti con il passato. Inoltre il tempo passava e le elezioni si avvicinavano: c’era una quadra da trovare tra le anime partitiche e quelle movimentistiche-civiche. Purtroppo (e lo sottolineo purtroppo) questa scelta è stata fatta con l’accetta, scegliendo irresponsabilmente di tagliar fuori tutta quella parte di sinistra che ha condiviso con noi anni di lotte e di battaglie. Perché?

Liberi e Uguali, così come Potere al Popolo, non nascono da un’unione, ma da una divisione: dall’aborto di un progetto, forse impossibile da realizzarsi, che avrebbe cambiato per sempre l’Italia. Adesso viene chiesto di scegliere tra mamma e papà sulla base di un qualcosa che non sappiamo, cioè cosa succederà dopo il voto.

“Con chi siete disposti ad allearvi?” viene chiesto a Grasso “Quali sono le condizioni per trattare con il PD e il M5S?”. Questo, logicamente, oggi non possiamo dirlo perché ad oggi non siamo disposti ad allearci, ma potremmo esserlo se e soltanto se nasce un accordo che faccia governare il paese da sinistra. Possibile? Molto poco probabile diciamo!

La gente, il popolo della sinistra, è in cerca di una sua identità forte e questa identità la si può formare solo con un lungo percorso basato sulle idee e sui programmi. Ma questo non può voler dire barattare qualcosa di tutto ciò per qualche seggio in Parlamento. Oggi dovremmo sottolineare la nostra completa indisponibilità a qualsivoglia tavolo (PD o M5S è uguale) per concentrarci invece nel nostro vero compito, cioè darci un orizzonte temporale lungo in cui mettere radici e diventare una vera forza popolare.

In questo percorso si inserisce, per forza, anche Potere al Popolo, lista che nasce proprio per mettere in chiaro che non si fanno accordi. Bene, loro sono e devono essere i nostri interlocutori: solo riportando tutti a casa si potrà fare qualcosa di nuovo e positivo. Altrimenti saremo nuovamente di fronte a un tentativo fallito di riunire la sinistra. Oggi ci sono due sinistre, lavoriamo perché domani ce ne sia solo una, libera, autonoma e indipendente dal PD e dalle sue politiche liberiste.

Ripartiamo da questo. Non sarà facile!

Oltre l’orizzonte

5 Dic

++ Sinistra: Grasso, qui per difendere valori e principi ++Liberi e Uguali. Questo il nome per questa “nuova” avventura della Sinistra in Italia.

Soddisfatto? Beh, diciamo che sto provando una sensazione mista di rammarico per ciò che non è e di eccitazione per ciò che potrà essere. Sono sicuramente molto più preoccupato di molti che hanno già incoronato Grasso come salvatore della patria, ma anche molto più tranquillo di chi ha deciso di non partecipare a questo viaggio per perseguire qualcos’altro.

Non mi piace l’aver dovuto trovare un leader da mettere a capo della cordata e non mi piace l’averlo cercato in un uomo (giù il cappello) che finora non ha mai potuto e voluto esprimere posizioni politiche chiare. Adesso è dei nostri e sono certo si rifarà! In ogni caso l’aver dovuto cercare un leader è di per sé uno scendere sul piano tipicamente secondorepubbicano del leaderismo e dell’uomo forte al comando: non esiste movimento politico senza capo, non esiste elezione senza personalizzazione, non esiste proposta politica senza faccia da spendere. Questa visione mi fa accapponare la pelle, non mi piace, anzi la schifo! Ritengo sia da rigettare in toto per tornare a considerare la politica come un’azione collettiva e plurale.

Non sto dicendo che Grasso sarà un capo supremo, ma sto criticando il fatto che si sia scelto di lavorare a un progetto nuovo seguendo schemi vecchi e, soprattutto, alieni alla nostra (mia sicuramente) cultura politica.

Non mi piace neanche il fatto di non esser riuscito a trovare la quadra per un campo unico della sinistra tutta, ma che si vada verso una lista “ancora più a sinistra” che critica apertamente Grasso e i partiti che lo sosterranno (MdP, SI e Possibile). Probabilmente andava messo in conto che non sarebbe stato possibile tenere dentro tutti, da Rifondazione a Bersani, da D’Alema a Montanari, ma anche questo ha il sapore amaro dell’occasione persa. L’ennesima.

La quadra però non poteva esser trovata perché di base molti hanno lavorato perché non la si trovasse, quindi va bene così: ognuno vada per la propria strada, con il massimo rispetto e il massimo della fortuna, perché gli avversari sono altri (a partire dal PD). Poi se l’astio passerà e l’ascia verrà sepolta potremo trovarci dallo stesso lato della barricata, chissà!

Ciò che, infatti, ci separa dai compagni rimasti fuori non tanto il pensiero di cosa dovrà essere, ma una questione di pura fiducia reciproca. Per essere limpidi: molti temono di votare per qualcosa che finirà a fare la stampella al PD. Sarà così? Io dico di no, e lo dico con la speranza vera che non accada, ma capisco chi ha paura e non vuole in nessun caso rischiare. Se alziamo lo sguardo però, oltre il 2018, dovremmo iniziare a cancellare il passato e guardare al futuro; un futuro in cui andare oltre l’orizzonte temporale contingente e pensare come la nuova sinistra del XXI secolo.

Possiamo continuare per qualche tempo a rinfacciare agli ex-PD il loro peccato originale, se vogliamo diventare un corpo politico “pesante” nel paese, altrimenti chiudiamoci pure nei nostri piccoli recinti sicuri, a parlare male degli altri al caldo dei nostri tiepidi caminetti ideologici, senza rischiare di poter contare qualcosa. 

In fondo la scelta (e il motivo per cui Liberi e Uguali è una buona opzione) è tutta qua: nel breve termine probabilmente non è la soluzione migliore, mentre nel lungo termine è sicuramente l’unica con un po’ di prospettiva.

Forze centrifughe

22 Set

katalanische-demonstranten-in-barcelonaQuello che sta succedendo a Barcellona e in Catalunya è semplicemente paradossale e mostra plasticamente lo psicodramma che le democrazie occidentali stanno attraversando.

Sicuramente ci sono molti aspetti da considerare in quello che sta diventando un caso politico destinato a fare scuola nel futuro, ma non possiamo che partire da alcune brevi considerazioni generali sulla situazione europea e spagnola:

  • L’Europa sta attraversando un periodo di crisi strutturale profonda che ha visto (e vede tutt’ora) il crescere di forze politiche antisistema o antieuropee;
  • La stessa Europa non riesce a stabilire regole certe e ferme per tenere insieme gli stati membri, molti dei quali, a loro volta, soffrono al loro interno di tensioni regionali e di spinte autonomiste o indipendentiste;
  • L’unica reazione che resta agli stati nazionali è la via nazionalista, per cui non si discute nemmeno di “più autonomia” o addirittura di “secessioni”, ma solo e soltanto di fare muro per gli interessi nazionali di fronte ai famosi burocrati di Bruxelles.

Detto ciò, sappiamo bene quanto la Spagna abbia sofferto per le guerre indipendentiste basche e quanto i popoli “non castigliani” soffrano la rigida centralità del governo madrileno. Sappiamo anche come l’indipendentismo catalano sia, a differenza di quello basco, molto più basato sul fattore economico che non su aspetti ideologici e che la percentuale di convinti indipendentisti (prima degli ultimi avvenimenti) non superasse il 25-30%. Poi però abbiamo visto come il Governo Rajoy, invece di farsi portavoce di quella maggioranza silenziosa contraria alla secessione, abbia usato il pugno di ferro direttamente contro le istituzioni autonome catalane, creando il clima perfetto per un’escalation che ricorda in maniera preoccupante i Balcani del 1992.

Il referendum per l’indipendenza, probabile tentativo di alzare la posta in una trattativa, viene dichiarato incostituzionale, causando uno scontro violentissimo tra istituzioni centrali e locali; così che non si può più essere tentennanti e rientrare tra coloro che cercano la soluzioni diplomatica. No, dopo questa mossa di Madrid, criticata da molti politici spagnoli, il popolo catalano non può che essere di qua o di là da quella linea. Linea tracciata da Madrid! Non certo Barcellona!

Prendo un altro esempio: la Scozia. L’unione con l’Inghilterra è da sempre al centro della politica di Edimburgo, eppure, quando si è votato per l’indipendenza ha vinto l’opzione favorevole a restare nel Regno Unito! Le differenze non sono svanite, basti vedere come la Scozia sia profondamente europeista, mentre sarà costretta a seguire Londra sulla strada della Brexit, ma la possibilità di scegliere democraticamente il proprio destino ha dato ragione ai teorici dello “Status quo” contro chi profetizzava già una facile vittoria per i novelli William Wallace.

Insomma, l’Europa è attraversata da decine e decine di movimenti autonomisti e indipendentisti (una simulazione prevede un continente con circa 80 nazioni nel caso che tutte le spinte centrifughe andassero in porto), ma viene tenuta in equilibrio grazie all’idea che possa esistere il Lussemburgo, ma non la Catalunya. Credo che solo all’interno di un vero contenitore europeo che rimetta in equilibrio gli stati nazionali come li conosciamo e le regioni che li compongono si potrà parlare di autonomia decisionale e di spiriti nazionalisti, altrimenti quello che succederà sempre più spesso sarà di assistere a spettacoli pietosi come il tentativo di bloccare un referendum locale da parte di un Governo centrale o quello, opposto, di celebrare consultazioni inutili e costose sul territorio, senza avere il minimo background di obiettivi da proporre.

Se l’Europa deve diventare una raccolta di Stati francobollo, mi può anche andar bene, sempre che succeda attraverso un processo partecipato dalla popolazione e che migliori anche il funzionamento dell’Unione Europea stessa. In fondo se l’Europa degli Stati Nazionali non funziona, forse possiamo tentare con quella delle regioni e degli stati dei popoli no?

Venti (di) Settembre

20 Set

640px-pein_la_breccia_di_porta_pia_20_settembre_1870_seconda_metc3a0_xix_sec_litografia_colorata_roma_museo_centrale_del_risorgimentoIl 20 Settembre 1870 il Regno d’Italia ruppe gli indugi e, complice la disfatta di Napoleone III, annetté Roma praticamente senza colpo ferire. Per molti anni, circa settanta, il XX Settembre è stata una festività molto sentita ed ha rappresentato quel moto di distacco necessario tra uno stato neonato e quella sua tradizione popolare-religiosa ormai entrata sottopelle.

Purtroppo però la questione romana si è trascinata nel tempo ed è rapidamente diventata una questione di politica interna con gli inviti al disertare la vita politica italiana da parte della Curia romana mescolati con i tentativi dei tanti politici e cittadini italiani credenti di conciliare la sfera religiosa con quella politica e sociale. Solo con il fascismo, con Mussolini, con il Concordato e i Patti Lateranensi si è arrivati a “dipanare la matassa” del rapporto tra Italia e Papato, anche se con un risultato completamente favorevole allo Stato Vaticano e alla Chiesa.

L’Italia, come molti altri stati, riconosce l’esistenza di uno Stato Pontificio, anche se limitato a pochi isolati dentro Roma, quindi come conseguenza logica riconosce il potere temporale del Papa. A quel punto lo Stato Italiano firma un accordo bilaterale con il Vaticano e tutti felici e contenti.

Beh, non proprio. Prima di tutto perché nel Concordato, rivisto poi nel 1984, tutta buona retorica del “Libera chiesa in libero Stato” se ne va in fumo dietro a pagamenti annuali, tasse nascoste e vantaggi fiscali che l’Italia garantisce alla Santa Sede e poi perché la Chiesa continua a giocare sul doppio tavolo (come ha sempre fatto) della spiritualità e della temporalità.

Essere liberi di professare la propria religione è un diritto che lo Stato deve garantire a tutti, esattamente come deve essere in grado di garantire che le proprie politiche siano equidistanti e imparziali rispetto a ogni religione, agli atei e agnostici. In altre parole, in maniera semplice lo Stato deve essere laico.

Ecco perché il Venti Settembre è una data da ricordare e da celebrare, senza farsi intimorire da chi vede in questo Papa il salvatore dell’Italia, dell’Europa o del Mondo. Non siamo sudditi della Chiesa e non dobbiamo tornare ad esserlo. La Breccia di Porta Pia è stato un inizio, ha mostrato la via, ma dobbiamo essere noi a resistere giorno dopo giorno al ritorno del papismo.

Bisogno di Scienza

19 Set

scienza-microscopioCome persona di scienza, interessata alla scienza e profondamente innamorata della conoscenza scientifica, vivo con molta ansia e con grande preoccupazione il momento buio che stiamo attraversando. Mi pare assurdo il vedere come non si riesca a vedere l’evidenza del cambiamento climatico, pensare che esistano persone che credono tutt’oggi nella Terra piatta o nel geocentrismo oppure che seguono con passione ardente ogni qualsivoglia tipo di complotto (scie chimiche, vaccini, microchip etc etc).

Sono un chimico e odio dover spiegare che nell’Universo non esiste niente che sia non-chimico o “chemfree”, perché in questo nostro Universo tutto è riconducibile ai circa 120 elementi della tavola periodica, che ci piaccia o meno! E odio ancora di più chi parla senza portare evidenze di ciò che sta dicendo, partendo dal presupposto che siamo noi scienziati a doverci giustificare in quanto malvagi o “pagati da qualcuno”. Odio vedere come gli sforzi di tante persone non vengano apprezzati, capiti o compresi, così come odio pensare ai tanti politici, giornalisti e opinionisti che sfruttano queste paure  come strumento per la loro carriera e i loro interessi. Insomma odio pensare a questo mondo come un mondo che ha deciso, o sta decidendo, di considerare la scienza come qualcosa di opzionale di cui si può anche fare a meno.

Qualche tempo fa parlavo di come la scienza non sia democratica e di come le scoperte scientifiche procedano per rivoluzioni, non per elezioni. Voglio ribadire meglio il concetto: per quanto possa non piacere in ambito scientifico, l’idea giusta di un singolo conta certamente più di quella sbagliata di tutti gli altri. Su questo non c’è discussione, non può esserci! È chiaro che l’idea che riteniamo giusta oggi può rivelarsi errata domani, ma il cambiamento non avverrà per una graduale presa di coscienza o per una votazione collettiva, quanto semmai attraverso una violenta rivoluzione culturale che ci costringerà a valutare le evidenze sperimentali delle due teorie che stiamo valutando.

Per questo è necessaria una battaglia campale di chi crede nella scienza per il bene di tutta la civiltà e di tutta l’umanità. Non possiamo sperare e credere che la maggioranza delle persone possa comprendere il nostro lavoro scientifico, se non attraverso un lavoro parallelo di diffusione e disseminazione scientifica.

Ognuno nel proprio ambito e nella propria competenza dovremmo riportare la scienza ad essere attrattiva e interessante, illustrare il perché sia necessario investire risorse, umane ed economiche, nella ricerca pura e applicata e condividere i risultati con tutti.

In questo Mondo, in questo momento c’è grande bisogno di scienza e fare finta di nulla sarebbe tanto grave quanto irresponsabile!

Il caso Giuseppina Ghersi. Incongruenze, falsi e zone d’ombra

19 Set

Giuseppina è vittima non solo dei suoi carnefici, ma anche dei suoi “beatificatori”. Fare inchiesta è necessario per restituire alle storie il loro senso.

Sorgente: Il caso Giuseppina Ghersi. Incongruenze, falsi e zone d’ombra

Il mondo in breve – Internazionale

15 Set

Esplosione nella metropolitana di Londra, Pechino condanna il nuovo missile di Pyongyang, un accordo per la Siria: cos’è successo oggi.

Sorgente: Il mondo in breve – Internazionale

Divide et Impera

26 Ago

keep-calm-and-divide-et-imperaLa sinistra ha una lunghissima storia di divisioni e di scissioni, tanto da poter concorrere con i fisici per la scoperta della più piccola particella esistente nell’universo. Credo che, con un po’ di volontà, la sinistra potrebbe tranquillamente creare un partito delle dimensioni di un quark!

Purtroppo però, al di là delle battute, le divisioni sono il modo migliore che “gli altri” hanno per poter imporre le loro idee sulle nostre, senza colpo ferire. Non è una cosa nuova e non sono certo io a scoprire questa banalità. Eppure, nonostante tutti lo sappiano, questa tecnica continua a funzionare!

Capiamoci. Quando parlo di divisioni eccessive intendo quelle tra piccole sigle e piccoli gruppi di potere che non vogliono alzare lo sguardo oltre il loro piccolo e triste  interesse di bottega, mentre le divisioni subite sono quelle in cui, senza rendercene conto, ci troviamo a scontrarci con coloro i quali dovremmo solidarizzare.

Cento anni fa il fronte socialista internazionale venne frantumato in tanti movimenti nazionali a causa della I Guerra Mondiale, così i proletari di tutto il Mondo, invece di unirsi come auspicava Marx, si trovarono gli uni contro gli altri nelle trincee. Il tutto mentre i ricchi industriali si arricchivano con le enormi commesse dovute al lungo conflitto. Oggi, che il capitale si è finanziarizzato e globalizzato, la classe lavoratrice, che è sicuramente cambiata molto in questo secolo, non riesce ugualmente a esprimersi come un’unica forza internazionale che possa contrapporsi in maniera efficace al capitalismo mondiale. 

Da un lato c’è la forte pressione del capitale che non vuole nessun fronte compatto a disturbare il manovratoredall’altro c’è un fronte nazionalista trans-nazionale che, funzionando da utile idiota a servizio del capitale, crea le condizioni perfette per trovare in ogni occasione un nemico nell’eterna guerra tra poveri.

Se gli italiani pensano ai migranti africani o mediorientali come i loro nemici avranno meno tempo per ragionare sulle cause profonde di tali migrazioni, così non capiranno che dietro alla fuga dai regimi sanguinari si trovano quasi sempre enormi interessi economici di multinazionali occidentali. Stabilire in questa situazione dove sta il confine tra migrante economico e migrante di guerra è impossibile, ma la distinzione lessicale, strategicamente fondamentale per il capitale, viene usata, ripresa e difesa dagli utili idioti nazionalisti.

L’importante, per il capitale mondiale e globale, è mantenere sempre una divisione tra noi e loro, in modo che non si possa mai realizzare che la vera lotta andrebbe combattuta contro il capitale stesso. Anche le forze di polizia, storicamente braccio armato del potere politico-economico, sono un’espressione della classe lavoratrice, che non riesce a uscire dalla bolla del dovere verso un qualcosa che opprime: non è il singolo agente il nemico, né la polizia nel suo complesso, quanto l’utilizzo che il capitale ne fa nella sua opera divisoria.

In conclusione dovremmo iniziare a far capire chi è davvero il nostro avversario politico (il capitale finanziario e globalizzato) per riuscire a snidarlo e combatterlo tutti insieme, uscendo dal complesso della divisione. Smettiamola di farci dividere da chi vuole comandarci e iniziamo a formare un fronte unitario!

Sicuramente è una sfida difficile, ma non c’è alternativa a questa strada: il capitalismo globale e il fronte nazionalista sono due facce della stessa medaglia, a noi tocca il compito di scrivere una storia nuova!

Se questo è un paese (civile)

24 Ago

++ Migranti sgomberati a Roma: bombole contro agenti ++Italia, fine agosto 2017. Niente va bene.

Breve flashback. Intorno a ferragosto, molti sono in vacanza (pure io in realtà). Il Governo annuncia di aver deciso di rimandare l’ambasciatore in Egitto, ripristinando cosi una “normale dialettica diplomatica”. A mio avviso questo è uno schiaffo gigante a Giulio Regeni e a tutti, la sua famiglia in primis, coloro che cercano verità sulla sua morte. Per il nostro esecutivo, al contrario, l’ambasciatore andrà al Cairo anche per poter seguire meglio le indagini. Sinceramente vorrei rispondere: “Me’Cojoni!”

Dietro questa retorica però sappiamo che si nasconde la necessità di avere Al-Sisi come alleato per dare gambe al vile e assassino accordo antimigranti con la Libia. (Ne ho scritto qua).

Dopo questo preambolo, arriviamo al tema del giorno, la ciliegina sulla torna dell’italico schifo: lo sgombero degli sfollati di Roma. Qualcosa che sinceramente avrei fatto fatica ad immaginarmi possibile accade. Prima si sgomberano migranti, rifugiati e persino alcuni cittadini italiani (perché alcuni hanno ottenuto la cittadinanza!) da un palazzo occupato, ma vuoto, senza dar loro nessuna opzione percorribile. Poi si lasciano passare cinque giorni per capire cosa farà questa comunità, la quale si organizza in un accampamento nella piazza antistante l’ex palazzo occupato (piazza Indipendenza) e infine, all’alba, si ordina lo sgombero forzato di palazzo e piazza con l’intervento delle forze dell’ordine. Chiaramente con l’uso di manganelli e idranti per condire il tutto.

Vogliamo parlare di palazzi occupati? Vogliamo parlare di spazi abbandonati al degrado nelle città? O pensiamo che questo sia un caso assurdo di accoglienza? Io penso che un paese civile (e dubito l’Italia possa definirsi più tale) abbia l’obbligo morale e legale di accogliere chi fugge da guerre, dittature e oppressione, non possa limitarsi a trattare chi arriva come un “sacco di patate” scomodo che non si sa dove mettere e iniziare a pensare a queste persone come esseri umani con una storia, una vita e una dignità.

Esibirsi in stupide bravate parafasciste, rastrellamenti e manganellamenti non ci solleva dalla responsabilità che abbiamo, e continueremo ad avere, verso coloro che scappano. Magari tamponerà gli spiriti xenofobi e razzisti della pancia popolare e forse porterà a qualche voto in più, ma sicuramente ci condurrà ad essere condannati dalla Storia.

Stiamo costruendo un muro fatto di accordi internazionali scritti con il sangue delle vittime di Al-Sisi, tra cui Giulio Regeni, cementato dall’intesa con la Libia che porterà migliaia di migranti ad essere trattenuti nel deserto in sottospecie di lager e rafforzato da azioni poliziesche interne che sembrano uscite direttamente da un documentario sullo squadrismo fascista di un secolo fa.

Allora vi chiedo: dovremmo considerarci un paese civile? Io non credo proprio.

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