C’è da rifare la convergenza

Cpd-assembleahe la tregua nel PD non potesse durare molto lo si capiva da molti segnali, ma ormai le divergenze delle primarie sembrano carezze rispetto a quello che si sta profilando in vista del congresso autunnale. I dati di fatto sono palesi: ci sono almeno due candidati alla segreteria che puntano a quella posizione per rifondare il partito (Cuperlo e Civati) più un terzo candidato possibile che invece ci scommetterebbe solo come tappa intermedia verso Palazzo Chigi (Renzi).

I vari soggetti sono punte di iceberg molto grandi che rappresentano le due facce del PD, quella del partito-apparato e quella del partito-comitato. I primi sono quelli delle tessere, dell’attivismo 365 giorni l’anno, delle feste, dei volantinaggi, mentre il secondo rappresenta quell’idea di partito “aziendale” che si mette in moto al momento giusto, con parole giuste e con messaggi fulminanti.

Il vero problema è trovare la via per amalgamare queste due visioni della politica e del partito. Perché, va detto a chiare parole, c’è bisogno di entrambe le facce per vincere finalmente in Italia.

Perché è necessario trovare un punto di convergenza? Perché la storia recente, le condizioni ambientali più la legge elettorale ci hanno insegnato che l’apparato ad oggi non basta più. Aveva ragione Renzi a voler cercare i voti dei delusi di destra? Si, ma sbagliava nel cercare di scimmiottarne il programma economico! Chiaramente l’idea deve essere quella di allargare la base, i voti, gli iscritti o i simpatizzanti, ma senza svendersi stile mercato del pesce.

Ed ora sembra averlo capito, infatti, dopo la separazione da Zingales e Gori, Renzi sta spingendo su politiche molto di sinistra (molto, ora via non esageriamo…) perché capisce benissimo che quello spazio di cerniera tra sinistra, centro e destra ora lo occupa Letta ed il suo Governo! Quindi, nel suo materialismo politico, spinge sulla fascia lasciata “libera” da Bersani!

Altro problema non secondario è la tempistica di tutto: il congresso dovrebbe celebrarsi in autunno mentre nella primavera 2014 ci sono le elezioni comunali a Firenze. Se Renzi decidesse di candidarsi alla segreteria, lo farebbe per puntare a Palazzo Chigi e quindi per disarcionare Letta as soon as possible, altrimenti si ritroverebbe con il probabile secondo mandato a Palazzo Vecchio come impiccio verso Roma. Nel senso che difficilmente questo Governo arriverà a fine legislatura (spero), ma verosimilmente ci traghetterà dopo le europee del prossimo anno, probabilmente fino a inizio 2015, quando per l’appunto Renzi sarà al primo anno del secondo mandato da Sindaco.

E non sarebbe esattamente il momento più appropriato per  dimettersi per andare a Roma.

Ma parliamoci chiaro: Renzi non lascia indifferenti, non si può dire “scusa, ma non è il tuo turno…aspetta fuori!”. L’ha fatto Bersani, vincendo le primarie, ma perdendo consenso per le politiche. E credo che dovremmo imparare dai nostri errori. Se ora ci intestardiamo con il voler lasciar fuori la grande parte di gente che voterebbe PD se ci fosse Matteo faremmo una cazzata. Perché quella gente, ahimè, voterà solo per lui. Al contrario di quelli come me e come molti altri che voteranno il partito.

Ma la funzione del partito deve tornare ad essere quella di creare le condizioni per vincere e vincere bene. Quindi la mia conclusione per trovare un punto di convergenza è che si necessita di una figura fresca, nuova, energetica e carismatica per prendere le redini del partito e ribaltarlo come un calzino in vista di una cavalcata di Renzi per le prossime politiche.

Capisco la paura di Matteo, ma anche lui non credo possa vincere senza quei fedelissimi delle tessere. Quindi trovare l’accordo è necessario, con l’altrettanto necessario sacrificio del Governo Letta nel periodo più breve possibile.

Altrimenti meglio andare ognuno per la sua strada, racimolare consenso con i metodi più congeniali e, semmai, ritrovarsi solo dopo per governare insieme. All’insegna della Prima Repubblica.

Meglio di no vai!

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