Laissez Faire all’Italiana

TelecomLa storia si ripete. La notizia da cui prendere spunto è l’acquisizione da parte di Telefonica del 70% della holding Telco, proprietaria del 23% del gruppo Telecom Italia ed a breve potremmo anche ricevere un’altra notizia, cioè che AirFrance vuole fondersi con (o comprare) Alitalia. Insomma, siamo nuovamente di fronte al dilemma sul da farsi di fronte ad azione straniere che “investono” in Italia.

Il problema alla base di tutto sta, secondo me, nell’orgoglio che mettiamo nel “brand” Italia: abbiamo avviato una nostra via al capitalismo liberista, innalzando paletti altissimi sull’entrata di stranieri nei nostri gioielli di famiglia. Ma questo metodo nazionalcapitalista è forse la soluzione peggiore che si possa immaginare, perché combina tutto ciò che è negativo nel liberismo con tutto ciò che il più fervente sostenitore del laissez faire non vorrebbe vedere!

Prendiamo il caso delle telecomunicazioni o di altri asset strategici (energia, trasporti…) e pensiamo prima di tutto se questo settore è davvero un campo in cui vogliamo far entrare il mercato. La risposta è si? Ok, allora pensiamo se e come lo Stato debba stare in questo nuovo sistema. Può starne totalmente fuori, possedere completamente una società o parteciparne una (con o senza golden share). La mia opinione è che le infrastrutture debbano restare a totale controllo pubblico ed al riparo dai rischi del mercato, mentre i servizi debbano essere liberalizzati, seppur non vedo perché lo Stato non debba avere in qualche misura una sua fetta della torta.

In Italia la scelta fatta è stata tanto strana quanto incomprensibile: si è privatizzato tutto negli anni ’90, dall’Enel alla Telecom, da Trenitalia a Alitalia, ma si è cercato con pressioni politiche indegne di tenere le quote azionarie di queste azione in mano italiana. Questo, anche per completi ignoranti d’economia, cozza pesantemente con l’idea di un libero mercato e va ben oltre la discussione sulla natura pubblica o privata di un determinato bene o servizio.

È stata una manovra per favorire i ricchi imprenditori italiani, ma che nel lungo periodo ha pagato dazio alla loro profonda incapacità gestionale oltre che alle politiche industriali troppo soggette a rendere il favore ai politici di turno. Per questo nel giro di vent’anni ci troviamo con molti settori strategici in compartecipazione o totalmente controllati dall’estero e una fetta consistente del made in Italy che ormai abita in altri lidi.

Dall’agroalimentare al tecnologico, dalla moda ai servizi, il marchio italiano tira sempre, ma se dietro a questo ci sono compagnie con finanze disastrose o con piani industriali inesistenti non possiamo che gioire dell’arrivo degli spagnoli o dei francesi!

In fondo gli stranieri ci sottolineano i nostri problemi strutturali e di bilancio e noi pensiamo che il problema siano proprio loro. Gli stranieri! E caschiamo nel solito discorso: ci indicano la luna e noi guardiamo il dito!

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