La ricerca della Felicità

Oggi, 20 Marzo, è il Giorno della Felicità e dovrebbe essere l’occasione per una riflessione su questo tema, sulle implicazioni sociali e politiche dell’argomento, sulle diverse visioni della felicità e sulle strade percorribili per ottenerla.

Siamo uomini e dovremmo sempre avere un obbiettivo nella vita, una meta per cui lottare, battersi e sbattersi, per cui passare notti insommi e per cui essere disposti a tutto. Questo obbiettivo può avere i nomi più diversi, ma alla fine sono accumunati dalla sensazione che provocano se raggiunti: la felicità. Ecco perché il passaggio più bello e condivisibile della Costituzione degli Stati Uniti è quello sul diritto a cercare la felicità. In fondo uno Stato è una comunità e queste dovrebbero basarsi su principi tanto condivisi quanto generali e teorici; meglio mettere a fondamento la ricerca della felicità di formule fumose o barocche. Essere liberi, a voler andare a fondo, vuol dire essere capaci di poter fare quello che vogliamo per raggiungere la felicità, senza interferire con la strada degli altri, ma mantenendo sempre dritta la barra sulla meta.

Purtroppo però la Storia moderna non è stata segnata dalla felicità in praticamente nessun campo della vita quotidiana. Economia, politica, medicina, ignegneria, impresa e lavoro sono stati plasmati, forgiati o deviati verso forme di valutazione molto lontane dal concetto dell’essere felici. Il PIL misura quanto si è ricchi come uomini, come stati o come comunità, ma da solamente un’idea dei flussi di denaro che passano di mano in mano in un’economia, senza curarsi del tipo di servizio o prodotto che viene scambiato. E questo misura davvero quanto benessere abbiamo? Oppure ci dà solamente un dato numerico che niente ci dice sulla qualità della nostra vita? Credo molto più alla seconda ipotesi che alla prima!

È il grande equivoco sull’equivalenza tra ricchezza e benessere ad averci convinti che si lavori per guadagnare e si guadagni come fine ultimo della nostra vita, che non conti il come si usino i soldi, ma solamente il quanto si ottiene da lavoro, investimenti e speculazioni. Per questo poi il sistema si è incartato intorno ad una spirale perversa per cui si può guadagnare di più solo a scapito di qualcun’altro e che quindi il benessere di uno è ottenibile solo sulla pelle di un altro. Quando questo meccanismo raggiunge il punto di rottura si finisce con la rottura dei rapporti sociali e con lo scollamento delle società; cosi chi è ricco e può permettersi scuole private, cure sanitarie private e via discorrendo mentre chi non lo è deve usare le strutture pubbliche che, però, vengono continuamente additate come un peso sulle tasche della gente, essendo finanziate con le tasse.

Ed allora, tornando all’inizio, mi chiedo perché non rimettiamo al centro delle nostre iniziative e delle nostre riflessioni la felicità e non pensiamo cosa ci rende davvero felici e cosa dovremmo inserire in un più complesso progetto di felicità pubblica. Dovremmo chiederci quanto siamo felici e cosa potrebbe aumentare questa sensazione, lottare contro cosa ci renderebbe infelici e soprattutto pensare sempre che oggi lottiamo per un mondo migliore domani. Quindi non dobbiamo avere fretta perché certe svolte si fanno con tanto tempo, senza fretta e con moltissima pazienza.

Io non avrei dubbi; tra soldi e felicità starei sempre dalla parte della felicità! Senza dubbio!!

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