Lo Stadio terminale

Calcio. Coppa Italia. Non certo la finale dei Mondiali o di Champions League, ma sicuramente un appuntamento importante sia per i fiorentini (come me) sia per i napoletani. Poi, si sa, il calcio è una sorta di religione in Italia, quindi ogni partita è una celebrazione ed una finale non può che diventare una superoccasione per dimostrare l’amore verso la propria squadra.

Poi succede quello che è successo ieri: scontri con le forze dell’ordine, spari tra tifoserie in cui si include anche i romanisti che si sentono in dovere di fare gli onori di casa visto si gioca all’Olimpico, fischi all’Inno di Mameli e per finire un camorrista che viene interpellato per decidere se la partita si può giocare o meno. In ogni paese civile la finale della Coppa Nazionale si gioca in campo neutro, solitamente nello stadio della capitale, senza che questo porti mai a scontri come è successo ieri a Roma, ma non dobbiamo scordarci che noi siamo il paese dove gli ultras hanno spazi riservati negli stadi, dove vengono coinvolti in decisioni sull’ordine pubblico perché loro minacciano invasioni di campo e dove questi signori tengono letteralmente per le palle le società e decidono se i giocatori sono degni o meno di indossare la loro casacca. Impossibile scordarsi dell’affaire Nocerina di quest’anno dove l’intera squadra fu minacciata dagli ultras ed i giocatori finsero infortuni a raffica per non finire una partita, venendo poi esclusi dal campionato.

Ieri si è consumato, in diretta mondiale, l’umiliazione delle persone perbene e dello stato di fronte a questi tizi guidati da tale Genny A’Carogna. Lui sta diventando il simbolo della sconfitta delle istituzioni, ma chiaramente non è solo colpa sua; il Signor Carogna stava guidando l’intera curva del Napoli e si è fatto ambasciatore con il capitano Hamsik e con qualche dirigente partenopeo, che, loro si, hanno sbagliato in pieno a dare udienza a lui ed all’intera tifoseria. Non può essere un singolo ultrà o un’intera curva a decidere se la partita può essere giocata o meno, non spetta a loro, né spetta alla delegazione del Napoli Calcio andare a trattare con i tifosi per capire cosa deve esser fatto. Dov’era la FIGC? Dov’era il CONI? Mica siamo all’oratorio che si decidono cosi le cose!

Eppure, mutatis mutandi, il ceffo romanista che ieri ha sparato al tifoso napoletano nel prepartita sembra essere lo stesso che nel 2004 fermò il derby Roma-Lazio per le voci infondate sull’investimento di un bambino da parte della Polizia! Dieci anni dopo, tanta acqua passata sotto i ponti, eppure i protagonisti tendono a tornare ciclicamente, come se la storia non insegnasse nulla. E forse è proprio questo il punto: la Storia non insegna mai niente agli italiani. Specialmente quando si parla di calcio.

Finisco chiedendomi solo come abbiamo fatto le autorità presenti in tribuna d’onore a non andarsene dopo i fischi all’inno, dopo la sceneggiata del capo-ultras e dopo aver capito che lo Stato nel suo complesso stava subendo un’enorme umiliazione al suo potere, alla sua dignità ed alla sua integrità. Non importa se né Renzi, né Grasso, né Malagò avevano potere d’intervento, in certi casi ci si alza e si lascia il posto vuoto. Restare ha sancito un tacito placet all’operazione in atto e non ha scusanti che tengano.

L’Italia deve smettere di essere un paese fondato sul pallone! Altrimenti non usciremo mai da questi episodi! Non siamo forti di testa, facciamocene una ragione!

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