La banalizzazione del dissenso

La politica è per definizione dialettica, confronto e scontro in cui poi si tirano le somme e si portano avanti le idee della maggioranza senza mai banalizzare le osservazioni della minoranza e senza mai tralasciare possibili alternative che portino ad un consenso unanime o quasi. Nel momento in cui si travalica questo confine e si comincia a credere che la maggioranza possa (e debba) governare senza dialogare, forte del suo consenso elettorale, si entra in una zona grigia della democrazia.

Il dibattito sulle riforme istituzionali, costituzionali e sulla legge elettorale è un qualcosa di imprescindibile, che non può essere derubricato ad un semplice “volersi far vedere” o ad un gufare contro il cambiamento solo perché potrebbe rallentare il processo di modernizzazione del paese; dovrebbe invece essere innalzato agli altari della cronaca quotidiana, portato a giro per le Feste de l’Unità e spiegato in ogni sua minima piega perché riguarda tutti noi sia come singoli cittadini che come società nel suo complesso.

Al contrario invece questa auspicabile dialettica viene sbeffeggiata e presa a pesci in faccia nel nome di un accordo esistente con una delle minoranze che però non è stato per niente vagliato nemmeno da tutta la maggioranza di Governo. Su questo punto credo che almeno un paio di considerazioni vadano aperte: prima di tutto perché, se è vero com’è vero che le riforme sono materia del Parlamento, la proposta viene dal Governo e viene blindata per evitare cambiamenti? Inoltre un Parlamento tripolare come questo dovrebbe, teoricamente, aprire tavoli per cercare convergenze il più larghe possibili e non partire da una proposta preconfezionata per cercare consenso attorno ad essa senza poter cambiare nemmeno una virgola.

Ed è proprio nell’ottica di trovare consenso per la riforma intoccabile che avviene la vera stortura, cioè la banalizzazione del dissenso. Si comincia con il dire che chi è contrario gufa, poi si dice che sta proteggendo sacche di potere e che fa gli interessi di qualche lobby o di qualche corporazione e si finisce con il gettare fango sulle persone che si oppongono solo per il fatto che lo facciano, senza entrare minimamente nel merito della questione.

Velocità. Questo è il mantra dell’azione politica odierna. Fare le cose velocemente è più importante di farle bene, il simbolo è più importante della sostanza; così è successo per l’abolizione delle Province, così sembra essere per le legge elettorale e così sarà quasi sicuramente per le riforme istituzionali che, al momento, sembrano scollegate e prive di senso logico, ma che devono esser fatte il prima possibile per poterle rivendere sul grande proscenio della comunicazione.

La Cosa Pubblica va gestita come un’azienda e quindi il Presidente del Consiglio incarna una sorta di Amministratore Delegato che non può discutere ogni giorno le scelte che compie, ma che viene valutato ogni anno dalle elezioni e quindi direttamente dagli “azionisti” dell’azienda paese. In questo giochino si banalizza il dissenso e si istaura una dittatura della maggioranza che, per assurdo, favorisce più le opposizioni che le voci critiche interne ai partiti. Basta accettare le regole del gioco e ci si può sedere al tavolo delle trattative, altrimenti si viene ridicolizzati e le proprie posizioni vengono trasformate in barzellette.

Ma la politica è altra cosa; in politica si deve saper parlare, si deve sapere che meglio perdere un giorno in più per convincere che votare in fretta una legge con pochi voti di scarto, soprattutto quando si riscrivono le regole fondamentali della nostra convivenza; questa coscienza della missione politica è venuta meno ed è nostro preciso compito non farla sparire del tutto. Per questo nonostante tutto finché ci sarà un luogo in cui poter dissentire all’interno o all’esterno dei partiti lo proteggerò sia che sia io a dissentire sia che siano gli altri a non essere d’accordo con me, perché questo è il gioco della politica. Non quello in cui un capo detta la linea e gli altri fanno a gara per accodarsi e per garantirsi favori e riconoscenza.

Riprendiamoci i nostri spazi, le nostre discussioni e non banalizziamo mai problemi, risposte e soprattutto chi dissente, perché solo con chi la pensa diversamente è possibile dialogare e confrontarsi in maniera costruttiva.

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1 Comment

  1. Non siamo così lontani nel PD alla Tirannide della maggioranza di Tocqueville, mi trovi d’accordo su tutto.
    Tranne che per la velocità: è indispensabile sia per conquistare e mantenere l’elettorato, sia per uscire dalla palude economica, darsi “una mossa”
    Bel blog!

    Mi piace

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