Ingegneria Sociale: I disLike

Pensate quante volte capita di vedere su Facebook qualcuno che gira uno sfondone o condivide una bufala senza informarsi prima della sua veridicità; sono nati addirittura gruppi che letteralmente si sostengono a vicenda montando teorie complottistiche incredibili come quella sui vaccini e l’autismo o sulle scie chimiche, ecco ora fermatevi un attimo e pensate a come la rete globale ed i social network riescano a collegare persone fisicamente lontane ed a bypassare la normale via dell’informazione che prevederebbe una verifica prima della diffusione di una notizia.

Adesso pensiamo cosa succederebbe se lo stesso social network ci dicesse in maniera unidirezionale cosa pensare attraverso una manipolazione del flusso di notizie che riceviamo sulla nostra pagina facebook o twitter; sembra un tremendo disegno di perversione e invece è proprio quello che lo staff di Zuckemberg ha imbastito negli ultimi tempi come ricerca sociologica. Semplicemente alterando i newsfeed di centinaia di migliaia di utenti hanno poi monitorato le loro reazioni attraverso post, condivisioni e conversazioni, la rimozione di determinate notizie dal flusso è un gioco da ragazzi per i programmatori ed ha portato a ondate di notizie positive o negative concentrate in determinati giorni. In presenza di molte notizie negative gli utenti-cavia si sono dimostrati pessimisti ed i loro post son diventati negativi e tristi, mentre al contrario in giornate piene di buone notizie tutti diventavano di buon umore e postavano roba felice a catinelle.

Se legalmente l’esperimento di Facebook è legittimo (tutti abbiamo acconsentito al trattamento dei nostri dati all’iscrizione come pagamento), il lato etico e morale della questione è molto discutibile; il controllo delle emozioni delle persone è un obbiettivo storico dei media e dai giornali alla radio ed alla televisione tutti hanno sempre avuto una certa influenza sull’umore della gente, ma in questo caso quello che cambia è sostanziale, infatti scegliendo quale giornale leggere, quale radio ascoltare o quale TV vedere si compie, più o meno, una scelta consapevole, mentre nel vedere post di amici, parenti e conoscenti selezionati da oscuri programmatori in California non abbiamo scelta, ma pensiamo a quello che leggiamo come l’unica verità e non una visione soggettiva di essa.

La politica ha capito subito il potenziale di questa nuova frontiera dell’informazione e proprio sulla rete si sta giocando una partita cruciale per la libertà di parola, di espressione e di voto in tutto il mondo libero; infatti sempre più persone sono guidate dalla rete e si fidano ciecamente di blog, post o siti che fondamentalmente scrivono quello che la gente si vuol sentir dire, dando risalto ed eco anche alle più incredibili balle degli ultimi decenni.

Il trucco di Facebook è semplice: collega ogni utente a quello che storicamente cerca sul web e gli piazza sempre qualche banner o qualche link a gruppi a lui affini in modo da metterlo in contatto con chi potenzialmente la pensa come lui. In questo modo tutte le idee, anche le più bizzarre, si arroccano dietro a gruppi che letteralmente se le cantano e se le suonano e che proliferano proprio grazie alla piattaforma digitale: tutto questo alla fine sta soppiantando la classica discussione ed il tanto criticato dibattito per consegnarci un mondo in cui basterà avere il controllo di una piattaforma per riuscire a pilotare opinioni, votazioni e perfino emozioni.

Questa ingegneria sociale mi fa paura perché solo erodendo i rapporti sociali “faccia-a-faccia” si può ridurre l’umanità in tanti piccoli nuclei autodeterminati e indipendenti, cioè a tanti individui senza voglia di essere società. Pensiamoci bene: è questo che vogliamo?

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