Toskanstein Junior

Chi non conosce il capolavoro di Mel Brooks Frankenstein Junior e la famosa frase “SI – PUÒ – FARE!!”?!?

Ecco per chi conosce la storia di Frankenstein e le sue innumerevoli varianti, quello che sta accadendo in Italia e in Toscana non sorprenderà molto, ma per chi, some me, è abituato ad avere dei punti di riferimento nel mare della politica, ecco, per noi tradizionalisti si, questa grande mescolanza inizia a dare noia nel profondo e a scatenare prurito e rossore anche superficialmente.

La Grande Coalizione a maggioranze variabili che tiene su il Governo Renzi è, innegabilmente, una condizione senza alternativa senza una nuova legge elettorale, questo però non vuol dire che quel modello debba essere esportato in altre realtà dove le parti di maggioranza e opposizione sono ben distinte. In vista delle elezioni regionali 2015 le grandi manovre sono iniziate da tempo e proprio in questi giorni la mia regione, la Toscana, sta approvando il suo nuovo sistema di voto cercando di far convergere le richieste di tutte le forze politiche, con, a mio avviso, un po’ troppa attenzione alle richieste di Forza Italia.

La Toscana fu già un apripista sul Porcellum e quindi molti guardano quello che succede a Firenze come una prova della tenuta del Patto del Nazareno, anche per il rapporto (un po’ troppo) stretto tra Renzi e Verdini. La proposta toscana, Toscanellum o Cinghialum, prevede l’elezione diretta del Presidente con un eventuale doppio turno nel caso nessuno arrivi al 40% e un premio di maggioranza crescente fino ad un massimo del 60% dei seggi nel caso il vincente raccolga più del 45% dei voti. Tornano anche le preferenze, ma resta un listino regionale facoltativo con un massimo di tre candidature, inoltre le soglie di sbarramento sono al 10% per le coalizioni, 5% per i partiti non coalizzati e 3% per quelli in coalizione; infine si potrà votare per la lista ed esprimere uno o due preferenze seguendo il principio dell’alternanza di genere.

Praticamente è un Italicum con poche correzioni, tutte concordate con le opposizioni prima che all’interno della maggioranza; infatti nella votazione sia la minoranza che la maggioranza si sono spaccate in maniera trasversale. Nel PD il maldipancia ha portato 7 consiglieri su 24 a disertare la votazione mentre gli altri hanno trovato nei 10 consiglieri di Forza Italia un valido appoggio per approvare la legge, chiaramente non in maniera disinteressata, ma bensì con l’aggiustamento di vari punti nella maniera più gradita dai Berluscones. Oltre alla fronda intera al PD, l’intera maggioranza si è schierata sui due fronti con i gruppi di sinistra agguerriti contro la riforma insieme a Fratelli d’Italia e, strano ma vero, il Nuovo Centrodestra.

Allora, riavvolgendo il nastro, quello che si capisce da questo parallelismo Firenze-Roma è che le riforme non si fanno anche con le opposizioni, ma solo e prima con loro, senza chiedersi se la propria minoranza interna abbia qualcosa da dire o da proporre. Con questa logica si arriva a mediare le bozze di proposta senza aver prima un’idea precisa di quello che noi, maggioranza, si vuol fare; seguendo questa strada si creano mostri come Frankenstein e si scende sempre e comunque a cercare un accordo al ribasso. Anzi al minimo ribasso. E questo, teoricamente, è il contrario di quello che si dovrebbe cercare nel fare riforme condivise.

Ecco quindi cosa mi preoccupa davvero: il far passare le riforme necessarie come un qualcosa su cui non c’è tempo per discutere, ma solo per agire velocemente. Questo passaggio, che nel renzismo è cruciale, trasforma ogni critica in una noia da evitare, in un dosso che rallenta la corsa e quindi in qualcosa di cui è inutile anche parlare; senza la dialettica nei partiti e negli schieramenti diventa superfluo distinguere le parti e quindi anche la commistione destra sinistra assume un nuovo senso, non più solo emergenziale, ma anche, purtroppo, di terribile normalità.

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