Travaglio: la dialettica e la ragione

Marco Travaglio secondo me è un ottimo giornalista: è bravissimo nel ricostruire vicende giudiziarie ed a ricercare frasi di persone indietro anche di molti anni, è chirurgico nel suo esaminare i fatti secondo le sue visioni ed è quasi sadico nel punire verbalmente chi, secondo lui, è colpevole. I suoi libri sono composti da rendiconti giudiziari e fedine penali di personalità politiche, ma, al contrario di molti altri, riportano sempre in maniera scientifica un’attendibilità dimostrata da citazioni e da riferimenti. Per tutto questo leggere ed ascoltare Travaglio è un ottimo esercizio per non farsi esplodere il fegato di rabbia.

Da uomo di scienza, infatti, tendo a credere nei fatti e a dubitare delle interpretazioni, cosa che nei primi anni del suo successo mi ha fatto avvicinare parecchio a Travaglio in maniera acritica e quasi fideistica; poi però ho capito che la politica non è (e non deve!) essere regolata dalle stesse leggi che governano la scienza. Prima di tutto anche il progresso scientifico è stato fatto da scontri, anche durissimi, e da errori; per questo la letteratura scientifica non è scolpita nella pietra, ma è suscettibile di cambiamenti e logicamente sottoposta alla dialettica. Perché quindi un campo ancora meno sottoposto a evidenze sperimentali come la politica, il giornalismo e la giustizia dovrebbe esimersi dalla dialogo?

Purtroppo il giornalismo italiano, oltre alle tante eccellenze, si accolla anche tanti giornalisti da strapazzo che sparano a casaccio notizie ed editoriali senza controllo ed è proprio questa deriva verso il giornalismo-spazzatura che costringe quelli bravi a diventare sempre più settoriali e mirare a una nicchia di lettori. L’altra sera da Santoro, Travaglio aveva il pallino del gioco in mano dopo il suo monologo accusatorio, ma non ha saputo reggere ad un confronto con Burlando e con gli Angeli del Fango che avevano contestato Grillo a Genova. Perché?!?

Credo che la sua fuga sia stata una reazione per quello che, per la prima volta, era diventato un ambiente ostile al suo modo di fare giornalismo: solitamente la scena era quella del politico di turno prima messo alla gogna da Travaglio e poi costretto ad una difesa d’ufficio di fronte all’incalzare delle domande dello stesso, di Santoro e degli ospiti. Praticamente una versione moderna dei condannati a morte nelle arene romane! E sia chiaro: non sto giudicando chi e cosa fosse in discussione, ma solo il metodo!

Travaglio deve capire che il suo mestiere è quello, che gli riesce benissimo, di riportare fatti e di proporre la sua opinione senza pretendere che questa sia de facto la verità assoluta. Le responsabilità penali le stabilisce la magistratura, ma quelle politiche non devono per forza essere uguali a quelle dei giudici! Questo è il sottile distinguo che né Travaglio né molti suoi lettori riescono a concepire! Giudicare politicamente un Sindaco o un Presidente di Regione per i suoi malaffari è compito della giustizia, giudicarlo per le sue mancanze o per il suo cattivo operato dei giornalisti e degli elettori.

Ma per farlo occorre un dibattito ed un confronto. Che è quello che chiedeva urlando Santoro! Nient’altro che un confronto senza insulti tra persone che difendevano le loro posizioni! Se quel ragazzo dopo aver contestato Grillo (e penso avrebbe fatto lo stesso con Renzi, Alfano, Berlusconi o Vendola) è stato sommerso da insulti e minacce è anche perché la cultura del confronto democratico si sta perdendo tra la politica-show, il giornalismo-spazzatura e quello forcaiolo che niente vede se non la genuina bontà del sistema giudiziario.

In Toscana si dice che “la ragione si dà a’grulli!”, ma non c’è ancora un detto per chi la ragione se la cerca e se la prende senza dialogare!

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