Vita dissolta

Certe volte la nostra lingua ci regala crudeli giochi, basta una lettera in più e la vita dissolta di Stefano Cucchi diventa la sua vita dissoluta. Dissolta come il vento da quei servitori dello Stato che dimostrano giorno dopo giorno di amare tanto il manganello e poco la legge che dovrebbero far rispettare, dissoluta come Gianni Tonelli, segretario generale del Sindacato della Polizia, ha definito la vita di Stefano.

“In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità” – riporta la nota del SAP “Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie. Esprimo piena soddisfazione per la sentenza: tutti assolti, come è giusto che sia

Queste parole, insieme alle dita media alzate al momento della sentenza, sono il termometro migliore della vicenda: dopo un primo shock ho capito che la colpa non potesse essere dei giudici, ora sto realizzando che la vera tragedia non va cercata nelle aule processuali, nell’assoluzione in appello dopo la condanna in primo grado o nell’impossibilità di individuare gli esecutori materiali del pestaggio da parte della magistratura. La vera vergogna di questa vicenda sta in quello che è successo nelle caserma, in quella struttura in cui NESSUNO dovrebbe entrare vivo per uscirne morto. Colpevole o innocente non conta. Conta il diritto di vivere. Come si vuole, dissoluti o no.

La vergogna sta nelle forze dell’ordine che, come a Genova nel 2001, si coprono a vicenda per nascondere l’indicibile misfatto compiuto in nome dello Stato e del diritto. Non tutti sono uguali, certo, ma queste macchie colpiscono le divise più che le facce e le persone; chi può star tranquillo a un posto di blocco se non si è può essere tranquilli nemmeno in caserma? La vergogna sta anche nelle dita medie e nei festeggiamenti provocatori nei confronti della famiglia Cucchi: dai poliziotti si dovrebbe pretendere l’esempio di vita, non quella caciara da stadio.

È surreale vedere come ci siano già i soliti avvoltoi pronti a dare addosso alla magistratura, è triste vedere che in questo paese praticamente non esiste informazione corretta e che la maggior parte dei mass media lavora grossolanamente preferendo l’opinione del tuttologo di turno ad una spiegazione approfondita dei fatti e delle evidenze, è preoccupante vedere che di fronte ad una morte comunque inaccettabile si parli di fatalità, conseguenze e di “morte che ci può stare”.

Di fronte a questo chi è il giudice? Chi stabilisce se la mia morte è una conseguenza del mio stile di vita? O che morire in caserma “ci può stare” mentre ucciso in casa da un ladro no? Se tengo le finestre aperte in casa e mi derubano, il reato è meno grave? Non credo proprio!

Ci sono tanti altri casi simili che meritano attenzione e informazione, perché è quando iniziamo a considerare certe cose normali che ci entrano sottopelle e quando sono lì sotto poi è difficile scandalizzarsi per il solito tossico morto dopo un fermo o un arresto. Finché non toccherà a qualcuno a noi vicino, solo di fronte all’ennesima vita dissolta la spiegazione della vita dissoluta non ci basterà. Ma sarà troppo tardi.

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