Il disagio

Ecco il nome giusto per questo mio malessere: disagio. Sono profondamente a disagio in un partito che è ridotto a seguire un leader non per convinzione, ma per costrizione, sono profondamente a disagio in un partito che ridicolizza la dialettica interna e le posizioni di dissenso, sono profondamente a disagio in un partito che è diventata la chiesa del capo dove o si crede o si viene esclusi.

Sono a disagio nella mia piccola realtà di paese perché, prima di uccidere il partito, lo si è svuotato completamente da ogni funzione e da ogni rilevanza; perché, come ad ogni livello, la parte esecutiva ha invaso quella politica e l’ha resa inoffensiva e perché, ancora ci speravo si, ho visto molti, troppi, saltare sul carro del vincitore direttamente dai pulpiti dei grandi predicatori. Sono a disagio nel parlare con la gente perché non vedo il target di tutte queste riforme e non posso spiegare perché ciò che sembra “male” oggi sarà un bene domani! Sono a disagio perché ci vengono a dire che non esistono più destra e sinistra, che noi non rappresentiamo la piazza sindacale, che non dobbiamo aver paura del futuro e del cambiamento, sono a disagio, fortissimo disagio, perché stiamo facendo politiche di destra e ci vien detto che non c’è alternativa!

Stiamo attentando alla Costituzione con un processo bipartisan, cosa giusta, ma tenuto insieme da un patto segreto tra due capi, cosa profondamente non giusta, e non tra due elettorati; stiamo cercando di mischiare cosi tanto le carte e in modo cosi rapido da non capire i danni che stiamo facendo! Il giorno prima quasi chiediamo la testa del Sindaco di Roma, il giorno dopo ci troviamo con mezzo partito romano indagato per corruzione e il giorno dopo ancora candidiamo la stessa città ad ospitare le Olimpiadi!

Il mio disagio nasce da questo bipolarismo tra il detto ed il fatto, tra la realtà e la proiezione di essa; a tutti noi piacerebbe far diventare reale ciò che immaginiamo, ma purtroppo non è così facile e, nonostante le tante belle parole di Renzi, quasi niente di quello che dice è reale o lo potrà diventare velocemente. Per questo servono i gufi, i rosiconi e i bastian contrari; così c’è sempre qualcuno su cui scaricare il fallimento o la delusione dell’elettore che crede al leader in maniera fideistica. Era la stessa tattica del prima Berlusconi in fondo.

Ma io non ce la faccio e non posso far finta che tutto vada bene; ho bisogno di qualcosa in cui credere e se la linea del mio partito resta quella di non avere linea, beh, allora questo mio disagio crescente diventerà presto un addio. La politica deve esser capace di plasmare la realtà secondo i suoi obiettivi, non di esser flessibile così tanto da raccogliere consensi anche al costo di snaturarsi. Questo è il punto. Semplice no?

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