Questione di preferenza

Insomma pare proprio che il motivo reale di scazzamento sulla legge elettorale non interessi: meglio continuare a credere che sia solo un modo per farsi vedere e per marcare una differenza antropologica da Renzi e dai suoi seguaci vecchi e nuovi, che provare a entrare nel dettaglio tecnico e politico di questa nuova versione dell’Italicum.

Sono anche tornate fuori le dichiarazioni di Bersani che, nel 2012, sosteneva, giustamente, come le preferenze generino clientele e sistemi di potere corrotto, per dare maggiore risalto alla posizione attuale dell’ex-segretario che oggi vorrebbe eliminare il capilista bloccati per far eleggere tutti i parlamentari proprio con le preferenze! Cos’è cambiato in questi tre anni per spingere una buona parte del PD a fare questa lotta serrata sulle preferenze? Beh, intanto si tratta di un aspetto della legge elettorale che, per quanto importante e decisivo, non è esaustivo del tema e quindi prima di scendere sul dettaglio si deve valutare l’impianto complessivo della legge, anche tenendo presente della parallela riforma costituzionale e istituzionale.

Il problema della legge elettorale e più in generale delle riforme sta in due ordini di cose: uno metodologico tutto interno al PD e l’altro di merito che investe il Parlamento a 360°. Sul primo punto vorrei sottolineare come non basti (e non sia mai bastato) avere la maggioranza negli organi direttivi per imporre una proposta a tutto il partito, mentre oggi sembra che, visto l’accordo raggiunto tra leader, non si possa ridiscutere tutto nelle sedi interne e che, di conseguenza, il compito del partito sia solo quello di ratificare l’accordo trovato dal segretario. NO! Questo modo di fare e di pensare il partito è sbagliato, oltre che controproducente! Il metodo giusto sarebbe stato discutere i capisaldi nel partito, trattare con gli altri partiti, trovare compromessi e riportare la discussione nel partito per arrivare alla proposta finale, ma capisco bene che tutti questi passaggi suonano come inutili perdite di tempo alle orecchie di chi vuol solo correre e non sopporta discutere. Peccato che senza discussione non ci sia politica e senza politica non ci sia democrazia. Passo al secondo aspetto, quello di merito, per dire come nell’ambito di una riforma istituzionale che trasforma il Senato in un ente di secondo livello composto da consiglieri regionali nominati, mi sarei aspettato una riforma che aumentasse il tasso di elettività e di rappresentatività dei deputati come, ad esempio, quella da me sempre amata dei collegi uninominali. E chi oggi, come Scalfarotto, ci dice che alla fine votare per i capilista bloccati sarà come votare in un collegio uninominale mente sapendo di mentire! In un collegio uninominale, infatti, passa chi vince soltanto e non tutti i capilista che superano la soglia a livello nazionale!! Qua sta la vera assurdità logica di questa legge! C’è il rischio concreto che i partiti maggiori mandino in Parlamento praticamente tutti i capilista e solo una quota marginale di eletti (20-30%) venga dalle preferenze. Si capisce che un Senato totalmente nominato e una Camera per 2/3 composta da capilista sarebbe completamente nelle mani delle segreterie. Esattamente il contrario di quanto professato come intento iniziale. Not bad eh…

Si capisce quindi anche il più strenuo neminco delle preferenze di fronte a questo scenario antidemocratico preferisce il male al peggio e diventa il più grande sostenitore delle preferenze tout-court! Anche perché, si badi bene, non è che questa legge le elimini, no, anzi le lascia a disposizione di quella fetta di candidati non capolista che si scannerebbero per un voto in più e sarebbero perfino più corruttibili e più esposti ai pericoli del sistema preferentizio.

Ah, last but not least, i capilista sarebbero candidabili in un massimo di dieci collegi. Tanto per non farsi mancare nulla ci teniamo pure le multicandidature. Alé!!

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