Università: la banalità del Premier

Il discorso di Renzi sulla classifica delle università mondiali e sulla produttività di quelle italiane è un classico esempio di come il nostro Primo Ministro sia bravo a manipolare dati e statistiche per indirizzare il dibattito pubblico nella direzione che vuole, ma andiamo con ordine; Renzi, ieri, al Politecnico di Torino ha affermato che tra le 90 università italiane ci sono quelle di serie A e quelle di serie B, che è ridicolo negarlo e che non possiamo portarle tutte e 90 ad un livello di competizione globale.

Intanto mi sembra che generalizzare su la totalità degli atenei nazionali, senza distinguere tra didattica e ricerca, tra facoltà scientifiche e umanistiche e tra pubblico e privato voglia dire fare di tutta l’erba un fascio, cosa molto caratteristica di Renzi. La semplificazione e la banalizzazione di argomenti molto complessi con molteplici sfaccettature è la vera forza comunicativa e politica del Premier, ma in questo caso non posso non provare a metter qualche puntino sulle i.

Per prima cosa si dovrebbe evidenziare che il ranking a cui si riferisce Renzi vede una presenza dominante di atenei anglosassoni nei primi 150 posti e tra questi la stragrande maggioranza è privato e semipubblico. Per frequentare i top college americani e inglesi (Harvard, Cambridge, Oxford, MIT, Stanford) gli studenti si indebitano e pagano in un anno più di quanto si paghi noi italiani per tutto un intero corso di laurea. Non si tratta quindi solo di scelte sbagliate o di politiche miopi, ma di un sistema completamente diverso e di una classifica redatta proprio in base ai loro standard.

Per la ricerca poi non c’è da stupirsi di niente se noi in Italia investiamo circa 9 miliardi di euro annui mentre la sola Harvard ne spende 3-4 miliardi. In pratica la ricetta renziana per entrare nell’elite della ricerca di alto livello non prevede aumenti di fondi, ma solo di spalmare su pochi istituti l’interezza dei finanziamenti, magari alzando le rette per questi atenei “di serie A” e lasciando quelli di “serie B” per il resto degli studenti, cioè creando un’elite universitaria contornata, nella migliore delle ipotesi, da un sistema di piccoli atenei “di provincia” sullo stile dei community college americani.

La mia opinione è che il problema sollevato esiste ed è grave, ma la solita banalizzazione renziana porterà ad una polarizzazione estrema delle posizioni tra chi è d’accordo tout court e chi invece non lo è per niente, invece esistono molte posizioni intermedie e non credo vada dimenticato che i laureati italiani sono universalmente riconosciuti come una risorsa importante per le università e che moltissimi prodotti del nostro sistema finiscono per emigrare nelle prestigiose università in cima al ranking!

Per questo sono solo in parte d’accordo con Renzi: va benissimo creare poli strategici per la ricerca e l’innovazione, ma bisogna finanziarli al livello dei top college mondiali e bisogna incentivare i laureati nostrani a restare in Italia con un sistema di carriera meritocratico che però dia speranza di stabilità in un futuro, mentre sul fatto di chiudere atenei, accorpare sedi universitarie e limitare l’accesso allo studio sono molto più critico perché privare chi non può permettersi tasse alte, studio fuorisede o una vita da pendolare rinuncerà allo studio e questo potrebbe portare all’impoverimento della vera risorsa su cui si basa il sistema, cioè la risorsa umana.

Nessuno vuol negare l’esistenza di differenze tra gli atenei, ma non credo che, come al solito, tutto possa essere liquidato e risolto con una frase ad effetto, una battuta ed un decreto. Il problema è serio e va affrontato con l’attenzione che merita, altrimenti faremo meglio a chiudere tutti i nostri centri e concentrarci solo sulla formazione di menti brillanti che se ne vadano da questo paese per trovare gloria all’estero e per portare prestigio alle università, estere, che davvero li apprezzano.

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