Ogni maledetta primaria

Ogni volta la stessa storia: elezioni in vista che presuppongono primarie, cavalli che scendono in pista e che per un paio di mesi buoni se le danno di santa ragione con ogni mezzo per poi finire a litigare su regolamenti, conteggi e riconteggi che, a fortune alterne, favoriscono le varie anime del PD o gli alleati del momento. Ogni volta però questo bagno di democrazia diventa un bagno di sangue in cui il partito rischia di affogare; perché non come diceva una famosa pubblicità qualche anno fa “La potenza è nulla senza controllo”.

Il PD è il partito delle primarie per definizione, senza tale strumento, infatti, la fusione tra DS e Margherita sarebbe stata solo un’utopia, e siamo tutti d’accordo sul riconoscere come un merito l’aver portato nella politica italiana tale processo partecipativo, ma quello che ogni maledetta primaria lascia è uno strascico insostenibile a distanza di quasi 10 anni dalla prima esperienza del 2006. La mancanza di regole generali che siano valide sempre e comunque può andar bene all’inizio, quando c’è da rodare il meccanismo, non dopo tanti anni e tanti problemi!

Ecco perché è insopportabile che il PD nazionale si nasconda dietro la foglia di fico della sua natura federale per scaricare ogni responsabilità sulle sue emanazioni locali: ci devono essere regole sulle modalità di voto, sia nei casi di primarie interne sia di coalizione, sulla composizione dell’elettorato ammesso e su i limiti che i candidati non possono superare e devono essere regole nazionali e inderogabili! Perché poi ci viene l’orticaria a leggere di file di votanti stranieri “sospetti” che riceverebbero 2€ per ogni voto che portano, intere sezioni che votano al 100% un candidato o esponenti di altri partiti che mobilitano la loro base elettorale a sostegno del candidato che più aggrada le loro richieste, ma in realtà non dovremmo scandalizzarci perché se tutto è lecito e tutto è concesso, allora mi verrebbe solo da dire “È il PD baby, son le primarie!”.

Intolre, invece di cercare correttivi alle storture viste in questi anni, si è trovato perfino il modo per peggiorare la situazione: le ingerenze dei livelli superiori sulle candidature unitarie o sul candidato “certificato”, le primarie per le candidature non monocratiche e la folle idea di creare un Parlamento di nominati sono solo esempi di come questo strumento di democrazia partecipativa non sia stato per niente capito dagli italiani e dai dirigenti politici.

Le primarie dovrebbero essere lo strumento per “sondare” il proprio elettorato di riferimento sulla persona che più convince con le proprie idee e le proprie proposte, ma sempre restando in un contesto di partito o coalizione stabilita a monte, nelle sedi politiche, scrivendo e sottoscrivendo un programma! Altrimenti si trasforma solo in una grande rissa per dirimere questioni interne con metodi disgustosi, lasciando in mano a capibastone e signori delle tessere la possibilità di determinare la strategia politica di regioni, comuni e perfino dello Stato centrale.

Ecco dunque cosa mi schifa di più di ogni maledetta primaria: l’uso di questo mezzo come maschera per coprire la totale assenza di una linea politica seria e comune che faccia da collante ad una coalizione o ad una maggioranza di Governo. Fateci caso, appena finiscono le primarie tutti si sgolano a predicare unità e compattezza, consapevoli che ogni volta il filo si potrebbe spezzare, com’è successo in Liguria con Cofferati, ma ben sapendo che l’unità e la compattezza non nascono improvvisamente nei gazebo, ma sono il frutto di un lungo lavoro che solo come conclusione conduce a primarie.

Abbiamo preso le primarie, ne abbiamo ribaltato i principi fondamentali, abbiamo rigirato il nesso di causa-effetto e su questo errore di fondo abbiamo creato un partito che vince e raccoglie il 40% di voti. Per questo inizio a pensare che qualcosa di sbagliato nella testa degli italiani ci deve essere per forza!

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