Benvenuti nella Ditta-crazia

Charles Bukowski sosteneva che “La differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare”, Ennio Flaiano aggiungeva inoltre che gli italiani siano irrimediabilmente fatti per la dittatura. In effetti, anche facendo la tara a queste citazioni, resta tangibile la nostra inclinazione per l’uomo forte al comando, seppur se calato nel moderno contesto democratico.

Dopo il ventennio fascista e la sciagurata avventura bellica al fianco di Hitler, l’Italia si scoprì fragile e si compattò intorno alle forze repubblicane antifasciste per dare alla luce la più bella Costituzione del Mondo; una carta perfettamente bilanciata con al centro il Parlamento bicamerale, adatta ai tempi del dopoguerra, ma che si è lentamente rivelata troppo ingessata per la velocità richiesta alla politica nel XXI secolo. Non è un caso se molti paesi europei, senza considerare l’ex blocco comunista, nei decenni successivi alla II guerra mondiale, hanno cambiato il proprio sistema istituzionale, adattatandosi meglio alle necessità del nuovo secolo rispetto a noi che siamo arrivati negli anni ’90 con lo stesso impianto e le stesse paure di cinquant’anni prima.

Quindi viene naturale sperare in un cambiamento, che dovrebbe comunque essere armonico e armonizzato con il sistema che va a cambiare. Dico così perché troppo spesso sentiamo parlare del “bisogno di riforme” senza entrare nel dettaglio delle riforme e sull’oggetto del cambiamento sperato, mentre la prima cosa in ordine logico dovrebbe proprio essere stabilire cosa non è negoziabile e cosa invece necessita un miglioramento. La legge elettorale, ad esempio, è un argomento che, logicamente, può essere modificato, mentre la filosofia dietro ad essa no. Vogliamo un Governo forte e un Parlamento di controllo e d’indirizzo?!? Bene, ma dobbiamo esser consapevoli che questa è una scelta palesemente in contrato con il dettame dell’Assemblea Costituente.

Ho intitolato questo post Ditta-Crazia con un duplice senso: prima di tutto volevo spingermi un po’ oltre insinuando come questo sistema moderno stia lentamente degerando in un ibrido tra democrazia e dittatura, in quella che potrebbe esser una dittatura della maggioranza, poi però mi sono anche reso conto che questo titolo può essere anche inteso come “governo della ditta” e la cosa mi è piaciuta. In fondo ciò che ci sta offrendo Renzi è proprio questo: una scalata ad un partito (la ditta) che si propone di essere rappresentativo di tutta la nazione e che, di conseguenza, elimina o sbeffeggia ogni corpo intermedio, ogni minoranza ed ogni critica.

Il tutto senza mai uscire dalle regole democratiche, ma senza mai realmente starci dentro davvero. Un gioco rischioso, ma per il momento molto redditizio, che però potrebbe causarci molti danni se, come al solito, ci si dovesse affezionare all’uomo solo al comando.

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3 Comments

  1. “Ingessata” non è un termine che personalmente mi piace, ma riconosco che è importante (anzi: fondamentale) partire dal riconoscimento dei limiti istituzionali della nostra Costituzione.
    Perché solo così si può capire ove occorre intervenire.

    Secondo me, la legge elettorale non contrasta con le scelte dell’Assemblea Costituente, né con l’attuale Costituzione. Anzi: credo risponda alle criticità sollevate dalla Corte Costituzionale, certo in direzioni diverse da quelle che molti auspicavano, ma la sentenza della Corte non dava certo una strada obbligata!
    (Il contrario sarebbe stato ben grave…)

    Riguardo l’assetto del Parlamento, credo che un commento intelligente sia giunto da D’Alema (credo a Ballarò di qualche settimana fa), quando ha detto che “una scelta veramente forte sarebbe stata abolire il Senato e costituzionalizzare Conferenza Stato-Regioni”. Condivido questa idea, ma credo anche che la scelta del governo non sia troppo distante da ciò…

    Vengo poi al “governo della ditta”: qui, secondo me, il problema risale a molto prima di Renzi, purtroppo. Perché fosse solo il putto di Firenze il problema, sarebbe facilmente superabile.
    Invece, la tradizione di certa sinistra (che Bersani, forse in modo un pò naif, bene incarna) di stare sempre “con la ditta” senza sollevare mai criticità, è una tradizione che ha radici profonde: abbiamo sempre avuto una certa ritrosia al confronto franco, aperto e sincero, alle obbiezioni dette faccia a faccia… così, ci siamo sempre ritrovati coi voti contrari “a sorpresa” in aula e le “pugnalate” alle spalle. Così non va, non può andare.
    Ed ora che questa sinistra si ritrova in minoranza nel partito, forse comincia a rendersene conto.

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    1. Ciao, intanto grazie per il bel commento! Certe volte forse non riesco a cogliere bene con le parole il senso profondo del mio pensiero, ma mi ritrovo molto in quello che hai scritto. Concordo con il fatto che la legge elettorale non cozzi né con la Costituzione né con la sentenza della Corte, ma nel tentativo Italicum non posso non vederci la voglia di “accentrare” e “omologare” le diversità e i dissensi! Su 100 collegi con capilista bloccati (e candidature multiple) si rischia veramente di rendere inutili le preferenze (cosa giusta a mio avviso), ma di non prendere troppo le distanze dal Porcellum! Io sono per l’uninominale con collegi piccoli e magari un premio di maggioranza, cioè praticamente il Mattarellum! Per il Senato ben venga la Camera delle Regioni, anche se ho fortissimi dubbi sul fatto, per esempio, che il Sindaco di una grande città (vd Firenze) diventi automaticamente sia presidente dell’area metropolitana sia senatore.
      L’ultimo punto: non voglio dare a Renzi le colpe della “Ditta”, anzi, voglio proprio sottolineare come lui sia bravo a sfruttare un sistema perverso creato da altri (ultimo Bersani), per cui anche se in totale dissenso, si resta fedeli alla Ditta! Senza se e senza ma!!

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