Il Partito Bifronte

Non mi voglio perdere in inutile chiacchere su chi ha vinto o chi ha perso queste elezioni regionali perché i dati sono sempre in qualche misura manipolabili per dimostrare la tesi che più ci piace, soprattutto in una tornata come questa che ha visto solo 7 regioni al voto, con sistemi elettorali diversi e con candidati e coalizioni molto differenti tra regione e regione. Inoltre anche confrontare il dato iperbolico delle europee 2014 con quelli di quest’anno non consente di trarre conclusioni certe in quanto già lo scorso anno, laddove si votava anche per le amministrative, il dato del PD era discordante dal trionfo europeo.

Nonostante tutto però penso valga la pena analizzare è il risultato delle regionali alla luce del ruolo di Renzi segretario di partito; dopotutto la sua irrefrenabile ascesa è passata proprio dal partito ed è stata legittimata proprio dal voto europeo e dal fantomatico 40% del 2014. Come ho già scritto in un post precedente la strategia di cercare i voti a destra provando a non perdere quelli di sinistra è stata vincente per le europee, ha iniziato a perdere efficacia dopo, durante l’anno di Governo, ma è stata solo un elemento accessiorio nella spiegazione dei risulati sotto le aspettative in molte regioni che, secondo me, sono da imputare più alla gestione e all’idea di partito di Renzi e della sua banda.

Il Partito di Renzi non è il Partito della Nazione che sperava, perché gli elettori che possono votare indifferentemente per la sua visione di new labour neoliberista o per il socialismo europeo di bersaniana memoria non sono molti e pian piano molti si stanno sfilando e stanno abbandonando la barca. Questo processo è stato molto più veloce e traumatico nei territori, dove la classe dirigente presente è stata costretta a farsi da parte o a convertirsi al renzismo, senza un vero processo dialettico e costruttivo che affrontasse le tematiche locali. Si è preferito puntare sulla creazione di un sistema feudale che consentisse il controllo dei circoli da parte del leader, ma che nel contempo non è riuscito a tamponare l’emorragia di tesserati. Cosi che quando si è arrivati, in alcuni casi, a dover scegliere tramite le primarie il candidato per la regione è successo l’irreparabile come in Liguria.

Il Partito di Renzi è un partito a vocazione leaderistica che non lascia spazio a personalismi, ma che premia la fedeltà verso il “Signore” con candidature e con promozioni, che svuota di senso ogni corpo intermedio e che ammette il dissenso solo come un dato folkloristico fine a sé stesso. Non si fa altro che ripetere che chi ha vinto il Congresso ha il dovere di decidere e che le minoranze si devono allineare, ma senza stabilire né un processo decisionale serio né una catena di comando che possa dare la minima speranza alla minoranza di cambiare le decisioni della maggioranza. Quello che a livello nazionale si vede nella spettacolarizzazione delle direzioni, dove tutto si riduce ad uno one man show di Renzi e alla conta dei voti, a livello locale diventa la chiusura dei circoli, la non convocazione degli esecutivi e dei direttivi e la scelta di candidature più vicine alla destra che alla base di sinistra del partito.

Ma, come si può intuire, la corda non è allungabile all’infinito e c’è un punto di rottura in cui la doppia faccia del partito bifronte non è più sostenibile e quando si supera quel punto o si sta a destra o si sta a sinistra. A livello nazionale come nelle regioni o nei comuni. Quindi, senza voler conferire a questo voto amministrativo un valore politico assoluto, credo che sia un bel campanello d’allarme per Renzi e per il PD. O di qua o di la.

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