L’Europa che sogno

Oggi si festeggiano i 30 anni del trattato di Schengen, forse il più importante accordo trans-nazionale della Storia moderna e sicuramente il più pregno di significato per l’Europa moderna. Si sente fin troppo spesso parlare di una sospensione del trattato o di un’uscita dall’accordo, ma siamo veramente sicuri di quello che diciamo o vi facciamo solo trascinare dalla paura?

Prima di tutto dovremmo pensare a cosa intendiamo quando pensiamo all’Europa e quanto le nostre vite siano cambiate da quando è iniziato il percorso d’integrazione comunitario. Anche se non ci pensiamo molto, in realtà l’attuale Unione Europea, in quanto discendente diretta della Comunità Economica Europea e della Comunica Economica del Carbone e dell’Acciaio, è un’istituzione prevalentemente economica che vede le restanti tematiche come secondarie e dipendenti dal benessere economico. I trattati, anche lo stesso Schengen, che sono nati  per aprirsi alla libera circolazione di persone e beni, cioè come base per la creazione di un libero mercato di dimensioni competitive a livello globale, sono diventati solo in seguito strumenti di libertà personale mai conosciuti prima.

Oggi piano piano sempre più persone, soprattutto nei paesi fondatori, non hanno mai visto una frontiera e sono abituati a considerare stranieri solo quelli non europei. Per la mia generazione, quella nata e cresciuta con Schengen, andare a Palermo o a Londra non fa differenza: si prende un aereo e si va. Senza molti problemi! E quindi dov’è il problema?

Il problema è esploso furiosamente quando è arrivata la crisi che ha colpito in maniera diversa le economie dei paesi dell’UE; se, infatti, i cittadini europei sono sempre più integrati e solidali tra loro, la stessa cosa non si può certo dire dei Governi e delle economie. La situazione greca è esemplificativa: Atene è riuscita a stare nei parametri comunitari solo accumulando debito su debito e truccando i bilanci, cosa che logicamente la rende colpevole, ma adesso è chiamata ad una irreale sospensione della democrazia per soddisfare le richieste dei creditori. Gli stessi creditori che per alimentare il debito si sono comprati e venduti i beni pubblici greci (porti, ospedali, televisioni). In questo circolo vizioso Atene ottiene prestiti per ripagare il suo debito (più gli interessi) a patto di svendere i suoi asset più preziosi agli stessi privati che la finanziano; come si può capire la politica di austerità imposta porta a fare sacrifici solo e soltanto ai cittadini che si vedono scivolare sempre più nella povertà e nell’indigenza.

Ecco quindi che la preminenza del fattore economico su quello umano del progetto europeo diventa tangibile: “bella l’integrazione, l’assenza di frontiere e di controlli, ma quando ci si deve contare gli sghei ognun per sé.” Anche la stessa moneta unica, l’Euro, ci mostra come l’Unione si fondi sul concetto di condividere solo la positività, senza prevedere meccanismi comunitari per affrontare i problemi: in fondo era abbastanza prevedibile che una moneta unica per tanti paesi con economie diverse avrebbe portato vantaggi a qualcuno e problemi ad altri.

Adesso per superare l’empasse siamo ad un bivio storico: o scegliamo di continuare sulla stessa strada, quindi lasciando i greci in pasto ai loro creditori, consapevoli che dopo il temuto GrExit toccherà a qualcun altro, oppure decidiamo di affrontare come una vera comunità il problema greco, spalmando il debito su tutti i paesi e mostrando una forza che nessun speculatore potrà mai attaccare. Questa seconda soluzione porterebbe sicuramente un rallentamento per i paesi più forti (Germania in testa), ma sarebbe un segnale fortissimo dal significato univoco (tratto da Berlinguer): “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”. Questa è l’Europa che vorrei, che sogno e che spero di veder realizzata un giorno.

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