Fine pena: MAI

La storia di Giovanni Scattone mi ha profondamente colpito questa settimana perché ha sollevato, ancora una volta, il problema del garantismo e della giustizia nel nostro paese. Quando finisce realmente la pena in questo paese? Quando un condannato viene considerato riabilitato e come mai la percezione della gente riesce a influire così pesantemente su scelte pubbliche e private?

La storia è semplice: un omicidio, quello di Marta Russo, un processo e una condanna, quella di Scattone, a 5 anni e 4 mesi senza interdizione né all’insegnamento né ai pubblici uffici, poi, scontata la pena, un concorso pubblico, l’assegnamento di una cattedra di filosofia all’ex detenuto, le polemiche e la rinuncia di Scattone al ruolo.

Per uno stato di diritto maturo la condanna si esaurisce con la pena e questa dovrebbe essere più una riabilitazione che una punizione. L’idea stessa che un criminale resti tale “per sua natura” e che quindi non esista possibilità di redimere la persona che delinque è contraria ad ogni logica moderna, oltre che esser ampiamente dimostrata come falsa da una moltitudine di studi sociologici e scientifici. Ma ancora più inquietante è il fatto che le istituzioni pubbliche, che dovrebbero fare schermo di fronte al popolo che agisce d’impulso e d’istinto, tendono sempre a cavalcare tali istinti per ricavarne il maggior incasso politico possibile. E pace se nel tritacarne finiscono vite e persone già molto provate dal carcere e dalla condanna.

Poi c’è l’aspetto della vittima, quella Marta Russo che è stata uccisa nel 1997. La giustizia, in teoria imparziale tra accusati e vittime, dovrebbe essere anche giusta nella comminazione della pena e nella sua applicazione. Ma se il termine della condanna non viene rispettata nei fatti per il solito istinto della gente, cosa deve fare la giustizia? Come può far rispettare la sua condanna senza venire accusata di favorire i criminali?

Purtroppo il sistema è fallato esattamente in questo passaggio, nel senso che se il popolo non si fida della giustizia tende a cercare altri sistemi per aggiustare le storture, ma così facendo rischia di andare fuori dalla legge e quindi contro alla giustizia. Tutto ciò deriva dal peccato originale di non credere che la pena possa cambiare le persone; per questo si chiede di “buttar via la chiave” o di “tornare alla pena di morte”.

Io al contrario credo che le persone, tutte le persone, diventino quello che sono per un mix di situazioni personali, ambientali e di caratteristiche caratteriali. Nessuno nasce criminale, nessuno è onesto per natura. Tutti possiamo scivolare in una direzione, fare uno sbaglio e trovarci in galera. E come vi sentireste se, in quella situazione, nessuno vi volesse concedere una seconda occasione?

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