Non è un caso. Non lo è mai.

Non è facile metabolizzare gli attentati di Parigi e, per varie ragioni molto egoistiche e personali, non credo sarà mai possibile riuscire a vedere chiaramente il quadro completo in maniera oggettiva. La prima reazione che ho avuto, di pancia, è stata contro le guerre degli anni duemila che hanno di fatto creato le condizioni per la nascita dell’ISIS, per poi passare ore di angoscia e ansia perché un anno vissuto in Francia non si scorda e, che lo si voglia ammettere o meno, ci sentiamo vicini ai francesi perché siamo come loro. Solo dopo molte ore le emozioni si sono sedimentate e la ragione ha iniziato a riprendere il suo flusso. Ed ecco cosa penso ad oggi.

Per prima cosa Parigi ci insegna (ancora una volta) che le nostre reazioni, consapevoli o meno, sono guidate dagli obiettivi che vengono colpiti. Tanto per capirsi solo un paio di settimane fa un aereo russo è stato abbattuto dall’ISIS e sono morte più di 200 persone e solo giovedì scorso un attentato del califfato ha provocato 43 morti a Beirut, in Libano. Ma questi morti, queste stragi, ci toccano meno perché essi sono “altro” rispetto alla nostra vita di europei, mentre i morti parigini, come quelli di Madrid, di Londra, di Oslo o di Copenhagen ci dicono senza mezzi termini “Il prossimo potresti essere tu!”.

La reazione, voluta e cercata dai terroristi, è stato un immediato aumento d’intensità dei bombardamenti francesi sulle postazioni dell’ISIS in Siria e quindi una dichiarazione informale di guerra al Califfato. Una nuova guerra che porterà nuovi morti e nuova rabbia, cioè altro terreno fertile per coltivare altri jihadisti e combattenti. Ma come spiegano molto bene sia Famiglia Cristiana che Limes, il Califfato è una creatura nata e cresciuta grazie a noi occidentali e che noi possiamo combattere solo tagliando altri cordoni. Quelli dei finanziamenti che arrivano tramite le potenze regionali sunnite (Turchia, Arabia Saudita e Emirati del Golfo).

Purtroppo però uno dei nostri problemi è quello di considerare il complesso mondo musulmano come un unico monolite, senza distinguere tra le tante sfumature che lo contraddistinguono come, ad esempio, quella tra sunniti e sciiti. L’ISIS è un’organizzazione sunnita che vuole creare un califfato islamico e spazzare via gli eretici sciiti e in questa sua visione ha l’appoggio (nemmeno tanto nascosto) dei sauditi in chiave anti-iraniana (principale potenza sciita della regione). I sunniti, che sono il 90% dei musulmani e considerano gli sciiti degli eretici, sono la maggioranza in Siria dove però la famiglia Assad fa parte di una minoranza sciita (alawiti) che governa in maniera dispotica e brutale. Ma al di là di questi ragionamenti religiosi, la vera partita si gioca su chi, in tutta la regione, detiene il potere dei soldi, del petrolio e del passaggio di questo verso l’Europa, la Russia e gli USA.

Basta pensare al fatto di aver fatto per decenni dell’Iran una delle icone del male per farsi un’idea di quale fazione abbia sostenuto l’occidente fino ad oggi! Non che Theran sia un paradiso, anzi, ma come si può scegliere senza tentennamenti di stare al fianco della monarchia saudita se Riyadh è allo stesso livello o addirittura peggio degli ayatollah iraniani? Semplice: per puro calcolo geopolitico. La sensazione è che le due grandi “cordate” in Medio Oriente (Iran/Sciiti vs Arabia e Turchia/Sunniti) siano in guerra per aprire un canale che porti le immense risorse della regione verso la Russia o l’Europa e che proprio le grandi potenze mondiali giochino “ai cavalli” sulla pelle dei popoli mediorientali. È paradossale che i paesi occidentali si indignino per le bombe russe sulla Siria, quando la NATO è una delle principali fonti di armamento per i paesi sunniti che sostengono implicitamente l’ISIS!

Non possiamo pensare in maniera ipocrita di essere sempre i paladini del bene, che le nostre bombe siano solo messaggi di pace o di speranza, mentre quelle “degli altri” portino solo odio e rancore. Dovremmo smetterla di considerarci i guardiani del Mondo, di considerare le risorse altrui come qualcosa di nostro, insomma dovremmo smettere di considerare ogni cosa fuori dal nostro giardino come qualcosa a nostra completa disposizione! Il colonialismo è finito, ma pare che non si riesca ad ammetterlo. Così come dovremmo riuscire a realizzare che i morti di Parigi sono esattamente uguali a quelli di Beirut, di Ankara o de Il Cairo! Peccato che sia molto più semplice ed immediato chiudersi a riccio intorno a chi vediamo simile a noi: i francesi oggi, gli inglesi ieri e gli americani nel 2001. Senza considerare mai che in questo circolo noi siamo una parte attiva, molto attiva. Forse la più importante di tutte.

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