Disarticolation

affiche-vintage-nous-sommes-le-pouvoirC’era una volta la politica fatta dai partiti, dentro i partiti e attraverso i partiti. Una politica che aveva una sua verticalità (strutture gerarchiche e burocrazie di partito) e una sua orizzontalità (assemblee di sezione, feste di paese, segreterie politiche), che finivano però con il delegare ai “dirigenti” le scelte del partito in termini di candidature, programmi e strategie politiche. Un modello di partito che, al netto del giudizio soggettivo, nasceva direttamente dalla natura parlamentare e proporzionale della Costituzione Repubblicana. Se il Parlamento era il luogo della rappresentanza delegata, allora era comprensibile che i partiti si fossero strutturati per creare dirigenti e candidati dalla forte rappresentatività in modo da rendere inattaccabile la loro delega. Questo sistema ha creato le correnti di partito, i capobastone e i signori delle tessere, si è alimentato di clientelismo e di favoritismo ed è infine sfociato nella corruzione che ha travolto la Prima Repubblica e tutti i partiti che la componevano.

Sono passati quasi venticinque anni e la tendenza politica è sempre più quella di eliminare la verticalità del partito, mantenendo solo la figura del leader, e di ridefinire l’orizzontalità dello stesso tramite nuovi strumenti di partecipazione “inclusivi” come le primarie e le assemblee aperte. Di fatto il risultato di questa combinazione è quella di svuotare il senso della militanza politica e di spostare tutta l’attenzione verso una forma di tifo politico. Il tutto senza che le istituzioni siano state riformate per seguire questa evoluzione della politica di partito. Se, infatti, un deputato resta un rappresentante di tutto il popolo (anche se eletto da una parte), ma viene candidato attraverso una procedura aperta in cui possono votare tutti, dove sta il confine tra le diverse forze politiche? Come non pensare ai partiti di oggi come semplici comitati elettorali?

La grande differenza tra il prima e il dopo sta nel collante ideale che teneva insieme le persone di un partito e che oggi invece viene tacciato di essere il cancro della politica e di tutto il malfunzionamento del Mondo. Nel ‘900 le persone si rendevano conto di quali problemi erano costretti ad affrontare ogni giorno e venivano attratti da quel partito che più si proponeva di trovare le soluzioni migliori per la loro situazione. Poi, dentro i partiti, nasceva quel processo di analisi, confronto e sintesi che portava anche a cambiamenti e a modifiche in quella linea. Ma succedeva dentro il partito e non ad opera di “agenti esterni”. Oggi invece i partiti sono come venditori che provano a offrire un prodotto sul mercato, cercando di rubare fette di elettorato agli altri, non attraverso l’opera di convincimento, ma attraverso una più facile e veloce operazione di marketing del tipo “Dimmi quello che vuoi e io te lo darò”.

È la disarticolazione della politica dagli ideali, dal processo dialettico e dal rapporto con i militanti. Ci sono solo tanti leader in potenza che si spartiscono un palcoscenico e aspettano il loro momento di gloria, tanti venditori di fumo i quali non vogliono trovare soluzioni profonde o pensare a alternative radicali, ma che pensano solo a captare il polso della gente per poi rivenderlo sulla piazza come la loro più brillante idea. E le primarie in fondo sono perfettamente funzionali a questo disegno plebiscitario. Niente corpi intermedi, solo un leader e i suoi fedeli. Con lui o contro di lui.

È politica questa?!?

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