Non è la RAI

TwitterRenziÈ il 14 Maggio 2014: il Premier Renzi sta conducendo una straordinaria campagna elettorale per le Europee del 25 Maggio, dove, grazie alle tante promesse fatte, il PD sbaraglierà tutti prendendo il famoso 40% dei voti. Poi, superato quel momento, inizierà il voltafaccia su tutto il possibile e l’immaginabile fino ad arrivare all’epurazione agostana dei direttori dei telegiornali RAI di questi giorni.

Si perché il problema della televisione pubblica italiana era, nel 2014, quello di aver mantenuto, la politica e i partiti come editori e di aver sempre compiuto nomine ad ogni livello in base ad una spartizione politica. Questa era la vera scommessa di Matteo Renzi in questo tweet: “Togliamo la RAI dalle mani dei partiti e facciamola diventare indipendente“. Il modello era la BBC. Ma l’Italia è l’Italia e certe rivoluzioni hanno bisogno di tempo e di “spazio” per poter avere successo! Così quel tema è rimasto drammaticamente attuale anche oggi nel 2016.

Nel frattempo però il PD e il suo segretario si sono lanciati, in contemporanea, in una campagna napoleonica su tanti fronti diversi e hanno capito solo adesso quanto le mancate promesse fatte nel 2014 inizino a pesare elettoralmente. Per loro sfortuna (o incapacità) proprio oggi che ci attendo all’orizzonte un Referendum fondamentale per la tenuta costituzionale dell’intero paese, per questa legislatura e per la sopravvivenza politica sia del PD che di Renzi.

Le comunicazione, anzi la propaganda, è diventata centrale e quindi sono iniziate le cacciate di vari conduttori (Giannini, Mercalli) e le chiusure di programmi “non molto graditi” come BallaròReport, si è proseguito con le nomine ai vertici dei canali di personaggi leali, fedeli o gestibili dalla cerchia del Premier per arrivare in questo caldo agosto ai cambi di direzione dei telegiornali dove lo “spirito pluralista” ha portato (coincidenza?) a nominare al Tg3 Mazzà al posto della ottima Bianca Berlinguer accusata senza giri di parole di “non seguire la linea del partito” (cit. Michele Anzaldi – PD). Quel Mazzà che proprio a fine 2015 lasciò il ruolo di responsabile di Ballarò in contrasto con la linea troppo anti-renziana di Giannini.

Insomma, quando Berlusconi cacciò Santoro, Biagi e Luttazzi dalla RAI si parlò di editto bulgaro e ci si sollevò contro la “presa della televisione pubblica”, mentre oggi solo qualche sporadica voce dissonante osa sfidare il leader nel ricordargli le promesse che faceva in quella campagna elettorale. Fuori i partiti dalla RAI sarebbe probabilmente un passo giusto da fare in direzione di uno Stato democratico più sano e più forte, ma, come capita sempre, è più facile dirlo che poi doverlo fare quando si ha la possibilità di monopolizzare tutto l’etere. Che dire quindi.

Anche in RAI il #cambiaverso c’è stato, ma non quello sperato!

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