Tutto si tiene

classi_concorso_filo_ariannaNessuno credo senta la necessità di un mio post su ogni singolo avvenimento italiano, europeo o globale. Manco io ad essere sincero! Più volte leggo notizie, cerco di farmi un’opinione e provo a buttar giù qualche riga, ma non riesco a terminare perché BOOM: è già scoppiato il caso successivo ed io sono in ritardo! Come in molti aspetti della nostra modernità, la velocità ha preso il sopravvento su tutto, rendendo, per le notizie, importante il primo commento più che il migliore o il più sensato. E questo proprio non riesco a farlo mio. Però, anche senza scrivere sul blog, le cose mi restano in gola e si accumulano, spesso andando a sommarsi nella formazione di un’opinione, finché, eccoci qua, non riesco a trattenermi e do libero sfogo alla mia voglia di scrivere.

In questa settimana sono stato particolarmente colpito da tre episodi, a prima vista molto diversi l’uno dall’altro, ma in qualche modo uniti dallo stesso filo conduttore. Il primo caso è stato il tragico epilogo della vicenda di Tiziana Cantone, il suo suicidio in seguito agli insulti ricevuti sul web dopo la pubblicazione del suo video hard, il secondo riguarda il padre che scrive una lettera ai maestri del figlio a cui non ha fatto fare i compiti per “insegnargli a vivere”, mentre il terzo episodio è l’uccisione dell’operaio della GLS da parte di un camionista durante un picchetto ai cancelli della fabbrica.

Sembrano proprio tre storie slegate tra loro, due tragiche ed una “paradossale”. Invece nella mia testa, a forza di leggere commenti, sfogliare articoli e ritagliare opinioni, è scattato un meccanismo associativo che ha riportato tutte questi fatti ad un unico grande comune denominatore: l’assenza della collettività.

Ci diciamo sempre di vivere in un Mondo iperconnesso, dove tutti possiamo sapere tutto di tutti e dove nessuno può sparire o nascondersi. Si parla di soggettivismo estremo e di individualismo allo stato puro, ma questo alla fine, prendendo strade diverse, conduce anche a questi terribili risultati. Prendiamo per esempio la storia dei compiti di scuola. Il padre decide autonomamente che suo figlio non debba fare i compiti. E scrive una lettera a sostegno della sua tesi. Si sente praticamente come Lutero mentre affigge le sue tesi. Ma la scuola è una comunità e quello che fa il buon padre è insegnare che le regole comuni possono essere superate in maniera unilaterale se si presenta una lettera come giustificazione. Meno collettività, più individualismo. 

Vado oltre e parlo della povera ragazza morta suicida. Faceva video porno con il fidanzato. Cazzi sua. Era una libertina. Cazzi sua. I video sono stati usati per metterla alla gogna sul web. Un po’ meno cazzi sua (dovrebbe essere). Invece anche qua la risposta è stata “cazzi sua”. Ed oggi tutti a parlare di web assassino, di come si può morire a causa della “rete” e di come internet faccia danni. No, cari miei, Tiziana l’abbiamo ammazzata noi che prima la guardiamo scopare e poi la insultiamo per difendere la morale pubblica, noi che siamo bravissimi padri di famiglia e poi andiamo a mignotte, noi (per citare Frankie Hi-NRG) che ben pensiamo. E anche in questo caso una collettività sana non avrebbe fatto sentire sola una ragazza di trent’anni. Sola come ognuno di noi davanti allo schermo del suo smartphone quando condivide qualsiasi cosa. Più isolati, non più connessi.

E infine il dramma di Piacenza. Il più classico degli scenari ottocenteschi con uno sciopero, un picchetto e un padrone che mette contro i suoi dipendenti. Lotta di classe allo stato puro. Anche in questo caso l’operaio morto che viene lasciato “solo” dai grandi sindacati e dai partiti, l’autista che, abbandonato dalla collettività, si lancia contro il suo pari per non perdere il lavoro e il padrone che vince la sua battaglia dividendo il fronte avversario. Un dramma dell’individualismo estremo che vede il suo eroe romantico in Abdesselem El Danaf, il morto che protestava per chi non aveva diritti. Lui che invece li aveva. Protestava per gli altri. Perché gli altri esistono. Anche se sempre più spesso ce ne scordiamo.

Ecco cosa tiene tutto insieme. Tutte storie di profonda solitudine, individualismo, esclusione, tutti episodi di una società allo sbando ormai sfibrata da decenni di cultura liberista e basata sul culto dell’individuo come unico idolo da adorare. Una malattia resa cronica (e forse incurabile) dall’arrivo di internet, non in quanto strumento del male, ma in quanto mezzo che ci rende ancora più soli e autocompiacenti.

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