Human After All

chi-sono-i-rifugiati-3Tre situazioni molto diverse, molto lontane e molto difficili da comprendere se non con l’aiuto del filo che le unisce tutte. La prima è la storia del capannone andato a fuoco stanotte a Sesto Fiorentino (proprio dietro dove vengo a lavoro al CNR) e che ha causato un morto e alcuni intossicati, la seconda è la storia dei disperati che ancora percorrono la rotta balcanica, che muoiono assiderati tra i boschi della Bulgaria, della Grecia e della Serbia e che vediamo in fila sotto la neve per ottenere un pasto caldo e la terza è la ripresa delle attività al Parlamento Europeo con la Presidenza maltese e le trattative sulle modifiche al regolamento di Dublino.

Sesto Fiorentino

A neanche 5 minuti dal CNR e a pochi chilometri dal centro di Firenze c’è una zona industriale dove da qualche tempo molti migranti avevano occupato un capannone di un vecchio mobilificio dismesso. Stanotte la tragedia: un incendio, le fiamme, la lotta contro il tempo, il fumo, i soccorsi. Ma Alì Muse non ce l’ha fatta. È morto nel tentativo di ritornare dentro a prendere i documenti necessari per il ricongiungimento che erano tutti i suoi averi. Oltre a lui si sono registrati 3 feriti e 2 intossicati. E la cosa più paradossale è che stiamo parlando di persone con un regolare permesso di soggiorno o con una richiesta d’asilo accettata, ma che sono state letteralmente abbandonate a loro stesse proprio nel momento in cui avrebbero dovuto inserisi nella loro nuova realtà. L’anno scorso le forze dell’ordine provarono a sgomberare il capannone, dove “risiedevano” anche alcune famiglie italiane, ma non ci riuscirono, così la situazione è andata avanti nell’indifferenza generale fino a stanotte, quando c’è scappato il morto.

Belgrado e i Balcani

Un anno fa eravamo molto scossi dalle immagini forti che arrivavano da Idomeni, dalle frontiere tra Grecia e Macedonia, Serbia e Ungheria e Turchia e Bulgaria. Poi nel Marzo 2016 la firma dell’accordo con la Turchia sulla gestione (conto terzi) dei flussi migratori stoppò la rotta balcanica e riaccese i riflettori su quella marittima tra il Nord Africa e le coste italiane. La chiusura delle frontiere nei paesi mitteleuropei portò alla diminuzione degli arrivi in Germania e nei paesi scandinavi, convincendo i più che la strategia antimigratoria di allearsi con Erdogan fosse chiaramente vincente. Ma oggi, dopo quasi un anno, mi pare evidente che la situazione sia nettamente diversa almeno per due motivi: prima di tutto il flusso lungo la rotta balcanica è diminuito, ma non è stato fermato e, in secondo luogo, il ricatto turco ci ha impedito (come UE) di fare qualcosa sia riguardo la svolta autoritaria di Erdogan, sia sull’intervento militare turco in Siria a favore di Assad e contro i Curdi. Senza entrare nei dettagli di come ci siamo puntati da soli una pistola geopolitica alla testa, mi preme più considerare come la rotta balcanica sia usata dalla Turchia come un’arma di pressione per far sentire sempre la presenza ai suoi vicini e all’Unione Europea. Il tutto con un costo in termini di vite umane (gente che muore di freddo o di stenti) e provoca rigurgiti xenofobi in quei paesi di transito e di prima accoglienza che erano convinti di aver chiuso i conti con i migranti.

Bruxelles

Saliamo più a nord, nel cuore delle Istituzioni Europee. Ripartono le attività del Parlamento Europeo e si insedia la nuova presidenza maltese dell’Unione. Stamani si è svolto il primo confronto tra la commissione LIBE (Libertà civili, giustizia e affari interni) e il ministro maltese all’Interno e alla Giustizia e si è affrontato anche lo spinoso tema della riforma del Regolamento di Dublino. Questo assurdo accordo prevede che chi arriva in un paese dell’Unione Europea sia obbligato a presentare richiesta d’asilo in questo primo paese. Tale sistema poi è diventato palesemente superato dagli accordi bilaterali tra l’Unione e i paesi “terzi” (tipo la Turchia) e dagli accordi di ricollocamento interni (sempre disattesi). L’insieme di questi ingredienti ha prodotto una situazione di enorme pressione sui paesi di “primo approdo” e ha sollevato tutti gli altri da ogni impegno di solidarietà interna sul tema. L’eurodeputata Elly Schlein ha posto schiettamente alla presidenza maltese la domanda “Intendete sostenere il tentativo di riforma o no?”.

Conclusioni

Qual è quindi il filo conduttore di queste tre storie? Le migrazioni. Il cercare una vita migliore e il doversi scontrare con le regole burocratiche, la geopolitica e la politica interna. Ottenere finalmente uno status e trovarsi a dormire in un capannone occupato al freddo per poi rischiare la morte in una notte di gennaio. Oppure morire prima nel tentativo di attraversare qualche frontiera sbarrata per raggiungere il proprio sogno (o semplicemente scappare dal male e dalla guerra). Oppure dover lottare ogni giorno, dentro e fuori le istituzioni del proprio paese o dell’UE, per stabilire regole e leggi più chiare, più semplici e, soprattutto, più umane. Perché in tutto questo forse ci dimentichiamo sempre di restare umani.

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