Nodo alla Gola

precario-300x199Oggi non ci sono cazzi. Oggi non posso che pensare a Michele e alla sua straziante lettera d’addio, scritta prima di togliersi la vita a soli trent’anni. Una lettera lucida, incredibilmente razionale e senza dubbio torcibudella, ma che dovremmo leggere tutti, appendere alle bacheche, distribuire nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nei posti di lavoro e in ogni luogo dove qualcuno la possa leggere.

Michele non si è ucciso per un malessere, né per una delusione momentanea o passeggera. No, lui ha deciso scientemente di farla finita perché non vedeva la speranza, non percepiva nessun futuro, non credeva in niente di meglio per la sua vita. Quando scrive “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte” ci sta mostrando come sia ipocrita pensare che le regole di questo sistema possano andare bene per tutti noi e quando prosegue dicendo “Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile” sta parlando a tutti quelli che, come molti di noi, faticano a trovare punti di riferimento in questo Mondo così asettico e così preordinato da altri.

La lettera di questo mio coetaneo è qualcosa di drammaticamente e umanamente terribile, ma rischia (e sono sicuro che una discreta fetta di persone lo farà) di essere catalogata “solo” come uno sfogo di uno che non ha retto e che ha deciso di farla finita. Un debole, un perdente, uno di quelli che non lotta. Perché, in questo nostro Mondo, non esiste empatia per nessuno e chi annaspa (o da l’impressione di farlo) è solo il primo da eliminare nella nostra corsa verso il successo, il denaro e la vittoria.

Michele era profondamente a conoscenza di tutto questo, si legge nelle sue righe, ma non ha voluto nemmeno provare a cambiare le cose. E di nuovo qui molti penseranno che sia solo un segno di debolezza e di fragilità, mentre dalle sue parole risulta chiaro che la sua decisione, fatale, è il frutto di una lunga, attenta e ponderata analisi. Nelle sue parole:

“Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.”

Si capisce perfettamente che il suo gesto estremo non vuole essere un simbolo, ma è davvero la sua unica via di fuga da una vita che lo ha prosciugato di tutte le energie vitali. 

E se ancora non fosse stato chiaro la conclusione non lascia dubbi. Michele ci lancia una sfida: noi che restiamo, che abbiamo speranza, che vediamo il futuro o che semplicemente non siamo arrivati a saturazione come lui dobbiamo vendicarci di un furto. Lo faremo Michele, per te e per tutti noi!

“Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.”

Riporto anche queste ultime due righe della lettera, perché credo si commentino da sole.

“P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.”

Addio Michele

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