Rousseau e la Sinistra

SONY DSCA Parigi nel Pantheon si trovano, una di fronte all’altra, le tombe di Voltaire e di Rousseau; i due più grandi pensatori francesi del XVIII secolo e i due principali ispiratori della Rivoluzione francese.

Mentre il primo è stato un continuatore delle tesi liberali e democratiche sullo stile di Locke (“Non condivido ciò che dici, ma darei la vita per il tuo diritto a dirlo”), il secondo è stato il fondatore del romanticismo e ha spostato su piani molto più sanguigni il sentire politico. L’esempio più lampante è la sua teoria della volontà generale; cioè il pensare che lo Stato, una volta nato dal contratto sociale, abbia una propria volontà generale che, essendo superiore a ogni volontà individuale o parziale, è di conseguenza, sempre giusta.

Rousseau, più di Voltaire, ha fornito la giustificazione filosofica e morale alle grandi ascese degli uomini soli al comando dato che la sua visione di volontà generale permetteva a pochi di poter comandare sui tanti. Non è un caso infatti se, dopo la prima fase della Rivoluzione, è arrivato il Terrore guidato da Robespierre, un fermo sostenitore delle tesi di Rousseau, e non è un caso neanche se dal 1789 la Francia ha sempre avuto un debole per i capi forti e solitari (Napoleone e Luigi Napoleone, De Gaulle e il presidenzialismo di oggi, Macron).

Il vero problema sta nel fatto che il concetto stesso di volontà generale sia entrato nel nostro DNA, prendendo il posto di quello, molto più razionale e illuministico della dialettica. Pensiamo a tutte le nostre moderne discussioni sulla “necessità” di conoscere la sera stessa delle elezioni chi ci governerà: è un classico esempio di rimozione coatta di un’intera fase, il passaggio parlamentare, che potrebbe far deviare la volontà espressa nelle urne, cioè la volontà generale.

Questo passaggio si collega anche ad una più ampia visione della politica e della cosa pubblica in cui esiste un “bene” e un “male” assoluti che possono anche non essere conciliabili con la democrazia elettorale (basta pensare alla Brexit, a Trump, ai movimenti populisti e via discorrendo). In parole povere oggi il pensiero di Rousseau è tornato ad essere quello del 1700: stabilito qual è il bene primario e superiore dello Stato, ogni suo membro e ogni sua parte deve piegarsi o essere piegato al raggiungimento di ciò.

In questa visione credo si possa ritrovare quella tendenza all’essere subordinati rispetto al pensiero dominante che rappresenta la debolezza strutturale della sinistra italiana, europea e mondiale. Se la volontà generale diventa inattaccabile, indiscutibile e incontestabile e la volontà generale di oggi è senza dubbio una volontà liberista e capitalistica, quale strada può avere la sinistra se non quella di rimettere in discussione la validità stessa del principio di Rousseau?

Sicuramente la mia è una lettura tagliata con l’accetta, ma credo che la sinistra debba tornare davvero ad essere rigorosa, scientifica e illuminista nel suo fare dialettica politica e lasciar perdere le follie populiste di questi ultimi tempi. Forse dobbiamo davvero tornare al metodo di pensiero di Kant, Hegel e Kant per capire che tra le due tombe nel Pantheon era più di sinistra Voltaire che Rousseau!

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